lunedì 30 marzo 2009

La leggenda del Nebbiolo

Oggi racconto la storia di un importante vino che è diffuso nella provincia di Cuneo ma anche in molte zone del Piemonte e della Valtellina. Questo particolare tipo d’uva pregiata, con alcune varietà, costituisce la materia prima per molti vini d’elite italiani, come il Barolo, il Barbaresco, il Gattinara ed altri.Il nome, dal latino ‘Nebolium’, conosciuto già prima del XIV secolo, probabilmente deriva da ‘nebbia’, in altre parole dal periodo di vendemmia che viene fatta ad ottobre inoltrato, quando la notte è fredda ed il mattino rimane nebbioso.
La leggenda che si tramanda è la seguente:

Una volta, nella pianura tra Novara e Vercelli, viveva un monaco eremita, tutto preghiera e lavoro. Coltivava nel suo orto qualche rapa, un po’ di patate e in una piccola vigna poche viti che gli davano appena una botticella di vino scadente.


Un mattino, affacciatosi all’uscio della capanna, il monaco non riuscì a vedere il campicello, nascosto da una fitta coltre di nebbia.

‘Così vuole il Signore – disse il sant’uomo; - Egli mi avverte che dedico troppo tempo a zappare l’orto e trascuro la preghiera’.

Il monaco zelante passò tutto il giorno inginocchiato recitando orazioni e la nebbia a sera si diradò, permanendo fittissima in fondo all’orto dove crescevano le viti.

‘’Sia fatta la Sua volontà – disse il monaco – il Signore mi fa sapere che un suo servo non deve bere vino, ma accontentarsi d’acqua pura’.

Obbediente agli ordini celesti, il buon monaco si limitò a mangiare rape e patate, innaffiando il magro pasto con acqua di fonte, sempre assorto in preghiera. Così trascorsero l’inverno, la primavera e l’estate.Quando arrivò il tempo della vendemmia, il monaco contemplò l’orto, e vide risplendere la sua vigna di una luce abbagliante. La nebbia, più che dissolversi, s’era quasi adagiata sugli acini maturi, che ne risplendevano come perle.

Così il povero monaco, pensando ad un miracolo del Signore, ritornò a bere vino il cui sapore era diventato generoso e gagliardo.

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