martedì 31 marzo 2009

Caravaggio: La Cena in Emmaus a Brera

La Pinacoteca di Brera, inaugurata nel 1809, festeggia il bicentenario della sua fondazione con una serie d’eventi. Primo tra questi una mostra dedicata a Caravaggio con tre opere del pittore lombardo in prestito temporaneo da diversi musei, che si aggiungono alla celeberrima ‘Cena in Emmaus’, di proprietà della Braidense.
Il dipinto è esposto accanto ad una versione giovanile della ‘Cena in Emmaus’, proveniente dalla National Gallery di Londra. A dicembre ero andato a Palazzo Marino ad ammirare un altro capolavoro del Merisi ‘La Conversione di Saulo’. Non volendo perdere questo eccezionale evento, domenica mattina sono andato a Milano a visitare la mostra. Dopo una ragionevole fila, riesco ad entrare ed andare direttamente alla XV sala della Pinacoteca.
Finalmente mi trovo davanti ad entrambe le due versioni. Osservandole con attenzione, cercherò di dare una mia opinione, facendo un confronto diretto.
La ‘Cena in Emmaus’ di Londra (1601) raffigura il momento in cui i discepoli, alla presenza di un oste, riconoscono il Cristo risorto nel loro compagno di tavola, mentre questi benedice il pane. E’ una versione fatta di allegorie e simboli ben precisi, in cui l’artista dà risalto alla realistica natura morta raffigurata sulla tavola, con il pollo arrosto dalle gambe stecchite che rappresenta la morte, il vino e l’uva bianca, la resurrezione, i pomi marci, il peccato, il melograno e il pesce, elementi di Cristo.
Invece la ‘Cena in Emmaus’ di Brera (1606) è una versione più drammatica.Il volto di Gesù risorto, che si presenta ai discepoli, è più mistico rispetto alla precedente. Il pane è già spezzato e Gesù, rivelatosi, benedice gli apostoli congedandoli.I loro volti sono investiti da una luce soprannaturale che li fa emergere dall’ombra, dando l’effetto magico di una visione. Cristo sembra meditare nel ricordo dell’Ultima Cena dove il vino rosso, simbolo della morte, lo testimonia. Da notare che dietro l’oste con la cuffia in capo, c’è una vecchia che porta le vivande.
Entrambe le tele mi sono piaciute moltissimo, ma è stata anche un’occasione unica per ammirare le altre due opere : ‘Il Concerto’ , arrivato dal Metropolitan Museum di New York, dove il Caravaggio probabilmente si ritrae nel giovane dietro il suonatore e il ‘Ragazzo con canestro di frutta’,proveniente dalla Galleria Borghese di Roma,dipinto dall’artista a 21 anni.

Suggerisco ancora una volta di andare a Brera a vedere queste stupende opere.

Caravaggio: La conversione di Saulo a Milano

Tre mesi fa ho potuto ammirare da vicino il capolavoro del Caravaggio, 'La Conversione di Saulo', esposto al centro della Sala Alessi di Palazzo Marino in Piazza della Scala a Milano, protetto da una particolare capsula di cristallo. Mediante questo incontro ravvicinato ho potuto osservare sia i particolari del dipinto, tornati alla luce dopo un recente restauro, sia vedere il retro della tavola in cipresso.
L'opera, attualmente di proprietà della famiglia Odescalchi, è poco conosciuta perché è sempre stata conservata in diverse collezioni private. Si conosce di più la seconda opera, 'La Conversione di San Paolo', dipinta dal Caravaggio nello stesso periodo e visibile a Roma nella chiesa di Santa Maria del Popolo.Commissionata nel 1600 da Mons.Tiberio Cerasi per la sua cappella, la tavola non fu mai esposta, perché era considerata un'opera imbarazzante ai tempi dell'Inquisizione.

Saulo è rappresentato a terra, coperto da una corazza aderente e trasparente da farlo sembrare nudo, sopra di lui il cavallo imbizzarrito trattenuto a fatica dal vecchio soldato.Ha la barba lunga e si copre gli occhi con le mani, per difendersi dalla luce emanata da Dio.In alto un angelo sembra che trattenga a fatica l'impeto di Cristo. Saulo di Tarso, prima della conversione, era un delatore dei Romani, ma poi redento sulla via di Damasco, diventa personaggio chiave del cristianesimo e pertanto è illuminato da Dio. Il gesto di coprirsi gli occhi era interpretato come un rifiuto.Per questi motivi i committenti censurarono il quadro. A Caravaggio non restò che ridipingere una seconda versione completamente diversa dalla prima.
Nella 'Conversione di San Paolo' lo scenario invece è una semplice stalla e i testimoni della vicenda sono il cavallo imbizzarrito, che occupa più della metà del dipinto e un anziano palafreniere che si intravede appena dietro l'animale.Paolo è riverso a terra folgorato dalla luce sopranaturale, ma senza barba e con le braccia aperte e tese come per accogliere la luce di Dio. Molto bello!

lunedì 30 marzo 2009

Un passatempo per rilassarsi: Dipingere

E' risaputo che noi Italiani siamo un popolo di santi, navigatori, poeti ed artisti.
Attualmente, avendo un po di tempo libero a disposizione, sto seguendo con assiduità i miei passatempi.
Quando sono stanco, per rilassarmi veramente, scendo nel mio 'studio' (in garage) e dipingo. Dipingere è un'arte che si basa, prima sul disegno e poi sulla pittura.
Il disegno è più dilettevole, raffina il gusto ed influenza l'architettura, la decorativa, il design e porta anche serenità all'anima.

La pittura invece è più complessa. Non è solo un'apposizione di colore ad un disegno o ad una superficie, ma una tecnica che deve studiare le luci e le ombre, saper imitare la realtà visibile.
Da autodidatta non seguo una tecnica particolare, dipingo soprattutto paesaggi, nature morte, case, ma non ritratti o figure.

Il ritratto è molto difficile perché deve essere in grado di cogliere la somiglianza e l'espressione del soggetto da rappresentare, saper usare bene i chiaroscuri ed i contrasti che li avvicinano certamente alla realtà.
Per me il paesaggio o la natura morta è più facile da svolgere, nonostante le difficoltà della prospettiva o delle proporzioni della composizione, perché mi permettono una maggiore libertà nella tecnica e nei colori.

Io prima inizio a disegnare con la matita ciò che voglio rappresentare, poi vado a dipingere la parte superiore del quadro, in pratica il cielo se è un paesaggio, oppure lo sfondo se si tratta di una natura morta. Una volta abbozzato il tutto, passo ai particolari.
Dopo un'ora circa lascio il quadro ad asciugare e torno a casa finalmente rilassato.
Alcuni giorni dopo, quando ho voglia, ritorno nel mio 'atelier', dove ho il cavalletto, i pennelli ed i colori, e riprendo a dipingere il quadro incompiuto, fino a quando non ho terminato.
Consiglio a tutti di provare quest'attività spontanea che dà una sensazione gratificante e rilassante.

La leggenda del Nebbiolo

Oggi racconto la storia di un importante vino che è diffuso nella provincia di Cuneo ma anche in molte zone del Piemonte e della Valtellina. Questo particolare tipo d’uva pregiata, con alcune varietà, costituisce la materia prima per molti vini d’elite italiani, come il Barolo, il Barbaresco, il Gattinara ed altri.Il nome, dal latino ‘Nebolium’, conosciuto già prima del XIV secolo, probabilmente deriva da ‘nebbia’, in altre parole dal periodo di vendemmia che viene fatta ad ottobre inoltrato, quando la notte è fredda ed il mattino rimane nebbioso.
La leggenda che si tramanda è la seguente:

Una volta, nella pianura tra Novara e Vercelli, viveva un monaco eremita, tutto preghiera e lavoro. Coltivava nel suo orto qualche rapa, un po’ di patate e in una piccola vigna poche viti che gli davano appena una botticella di vino scadente.


Un mattino, affacciatosi all’uscio della capanna, il monaco non riuscì a vedere il campicello, nascosto da una fitta coltre di nebbia.

‘Così vuole il Signore – disse il sant’uomo; - Egli mi avverte che dedico troppo tempo a zappare l’orto e trascuro la preghiera’.

Il monaco zelante passò tutto il giorno inginocchiato recitando orazioni e la nebbia a sera si diradò, permanendo fittissima in fondo all’orto dove crescevano le viti.

‘’Sia fatta la Sua volontà – disse il monaco – il Signore mi fa sapere che un suo servo non deve bere vino, ma accontentarsi d’acqua pura’.

Obbediente agli ordini celesti, il buon monaco si limitò a mangiare rape e patate, innaffiando il magro pasto con acqua di fonte, sempre assorto in preghiera. Così trascorsero l’inverno, la primavera e l’estate.Quando arrivò il tempo della vendemmia, il monaco contemplò l’orto, e vide risplendere la sua vigna di una luce abbagliante. La nebbia, più che dissolversi, s’era quasi adagiata sugli acini maturi, che ne risplendevano come perle.

Così il povero monaco, pensando ad un miracolo del Signore, ritornò a bere vino il cui sapore era diventato generoso e gagliardo.

EST! EST! EST! di Montefiascone

Vi racconto la storia di un vino bianco DOC originario della Provincia di Viterbo, nell’Alto Lazio. Il nome di questo vino è curioso e deriva da un’antica leggenda.
Nel XII secolo al seguito d’Enrico V di Germania, che stava andando a Roma dal Papa, vi era un vescovo d’Augusta, che si chiamava Johannes Fugger oppure J. Defuk.Il previdente prelato, amante del buon vino, aveva mandato in avanscoperta il suo scudiero Martino con l’incarico di segnare la parola Est (è qui) le osterie dove il vino era migliore.
Nonostante le lunghe soste, il fido Martino riuscì a percorrere quasi mezz’Italia, finché giunto a Montefiascone e gustato l’ottimo vino locale, fu trascinato dall’entusiasmo al punto di scrivere sulla porta dell’osteria con la triplice esclamazione: Est! Est!! Est!!!
Il Vescovo, arrivato nel paesino laziale, condivise il giudizio del suo domestico e prolungò la sua permanenza a Montefiascone per tre giorni.
Al termine della missione imperiale a Roma, l’ingordo prelato vi tornò e si fermò più di quanto avesse in animo di fare,fino il giorno della sua morte.
Il fedele scudiero lo fece seppellire nella chiesa di San Flaviano Martire e sulla lapide fece incidere queste parole:
PROPTER NIMIUM EST, HIC DOMINUS MEUS MORTUS EST
Per aver esagerato con l’EST, qui giace morto il mio padrone

Il Vescovo lasciò per testamento il suo denaro (24.000 scudi) alla cittadinanza di Montefiascone, a condizione che ogni anno fosse versato sulla sua tomba un barile di quel buon vino.Questa tradizione fu ripetuta per diversi secoli.
Attualmente al prelato tedesco è dedicato un corteo storico con personaggi in costume d’epoca, che fanno rivivere tutti gli anni questa simpatica leggenda.