giovedì 29 aprile 2010

Pascalino: un pittore del '900 Italiano

Domenica scorsa trovandomi in Valtellina, ne ho approfittato per visitare una mostra monografica di Lucio Pascalino, presso la galleria AL.BO. per l'Arte di Morbegno, splendido pittore che da quattro anni vi si è trasferito da Milano.



Lucio Pascalino nasce a Napoli nel 1924. Nel 1932 arriva con la famiglia a Milano dove consegue la maturità classica. Fra il ‘41 e il ‘43 frequenta corsi serali di disegno all’Accademia di Brera sotto la guida dei maestri Ivo Soli e Guido Tallone. Nel ‘43 l’abitazione della sua famiglia viene distrutta sotto i bombardamenti e la famiglia Pascalino si rifugia a Dervio.
Nel’44, renitente alla leva militare fascista, Pascalino viene deportato nei lager tedeschi di Heydebreck, Katowice, Schwarzheyde e Fàhrbrucke. Da quest’ultimo fugge avventurosamente e riesce a tornare da clandestino in Italia.
Dopo la guerra riprende gli studi conseguendo nel 1948 la laurea in Lettere antiche e, successivamente, nel 1960, in Filosofia. Insegna per molti anni Italiano e Storia in diversi istituti superiori statali e contemporaneamente si dedica a studi di pedagogia e di legislazione scolastica.
Pascalino si onora di aver avuto l’amicizia personale dei poeti Eugenio Montale e Alfonso Gatto. Intensa la sua attività artistica per la quale nel 1980 è insignito dell’”Ambrogino d’oro”.
Ha partecipato a mostre personali in importanti gallerie milanesi; sue opere si trovano in collezioni private in Italia e all’estero.

Le opere esposte a Morbegno sono circa trenta, i cui soggetti spaziano tra nature morte, paesaggi e stupendi ritratti e coprono un arco di tempo vastissimo che va dal 1943 al 2009.



Il pittore risente delle influenze di Cezanne e dell'Impressionismo. Tutte le sue tele si rifanno al vero, e si basano sull'attenta osservazione della realtà, della natura e della bellezza.
Conoscendolo bene, mi ha portato a casa sua per farmi vedere gli ultimi ritratti e paesaggi, fatti recentemente su ordinazione. Devo affermare che le tele di Pascalino sono di grande freschezza e piacevolezza; non c'è mai una pennellata di troppo.


La mostra purtroppo si è conclusa il 25 aprile scorso, ma chi vuole avere un appuntamento o vedere i suoi quadri a Morbegno, può contattarlo tramite e-mail: luciopascalino@alice.it oppure al n° tel. 0342.614509

martedì 27 aprile 2010

Il Castello di Jerago


La notorietà della provincia di Varese è dovuta alle sue industrie, ad alcuni monumenti, al verde pubblico e privato tenuto con particolare cura. Non per nulla Varese è chiamata la '' città giardino''. Sono meno noti, purtroppo, i diversi castelli, che sono molti e l'elenco sarebbe piuttosto lungo.

Uno dei castelli signorili che non conoscevo, anche perchè è di proprietà privata, e che ho visitato in occasione di un convegno culturale, si trova a Jerago.

La costruzione del Castello di Jerago risale ai primi anni del XIII secolo e le vicende che si consumarono fra le sue mura sono per lo più legate alla famiglia dei Visconti di Jerago. Come la maggior parte dei manieri medioevali fu costruito per ragioni di difesa, faceva parte della linea difensiva nord del ducato di Milano. Il feudo fu assegnato nel 1248 da Ottone Visconti, arcivescovo di Milano al fratello Gaspare e al nipote Pietro. Nel 1402 il Castello fu attaccato dai nemici dei Visconti. Diversi componenti della famiglia dei Visconti di Jerago ricoprirono cariche di una certa importanza nell'amministrazione civile del ducato.

Antonia sposò il Carmagnola, capitano di ventura, la cui vicenda ispirò la tragedia del Manzoni. Elisabetta sposò Cicco Simonetta, famoso segretario ducale del tempo degli Sforza. Il Castello fu teatro di scontri anche al tempo delle lotte nel territorio di Gallarate fra Spagnoli e Francesi. La famiglia dei Visconti di Jerago si estinse con la morte di Antonio nel 1751.

Alla fine del diciottesimo secolo la fortezza fu trasformata in residenza. Vennero aperte le finestre sul lato sud e vennero costruite due terrazze giardino.

Prima di arrivare al Castello sulla sinistra si può vedere una chiesetta romanica.

L'interno contiene tracce di affreschi risalenti ad epoche diverse. Sotto due nicchie ricavate nello spessore del muro si ammira un dipinto a fresco secco risalente probabilmente al nono secolo.

La chiesetta è dedicata a San Giacomo perché faceva parte delle tappe dei pellegrini che si recavano a Santiago di Compostella.

Le pareti erano decorate con affreschi della vita di San Giacomo.

Fortunatamente, questa visita è stata un'occasione per scoprire un monumento (a me poco noto), che vanta secoli di storia.

sabato 24 aprile 2010

Semplici Sorrisi con Pierino a scuola

La maestra, prima di andare in vacanza, chiede a Pierino:

- Se metto nello zaino 5 libri d’Italiano, 7 di Matematica e 2 di Storia,
quanti libri avrò?
- Abbastanza per rovinarmi le Vacanze….

Pierino si lamenta con la maestra:

- Tutti mettono il chewing gum sotto il mio banco!
- Che maleducati! – dice la maestra.
- Sì, - dice Pierino – io non so più dove appiccicare le mie cicche!

La maestra chiede a Pierino nell’ora di matematica:

- Pierino, se tu avessi dieci caramelle e il tuo compagno di banco
te ne chiedesse quattro, quante te ne resterebbero?
- Dieci, signora maestra.

La maestra chiede ancora a Pierino:

- Dimmi qualcosa che fa parte del regno minerale.
- La rana!
- Perché, Pierino?
- Perché vive nello…stagno

giovedì 22 aprile 2010

Il vino di Milano: San Colombano

Ieri pomeriggio tornando da Lodi, ho percorso la statale per raggiungere Milano, perchè in Autostrada c'era stato un grosso incidente. Nel frattempo, mentre viaggiavo a bassa velocità, la mia attenzione si sofferma su un cartello che segnalava verso la collina, il piccolo borgo ed il castello di San Colombano al Lambro. Subito seguo quella indicazione per andare a visitarlo, sapendo anche che in quella zona ci sono tante vigne ed alcune aziende vitivinicole.


San Colombano è il nome di un monaco, abate, missionario evangelizzatore irlandese che quì lasciò il segno del suo apostolato convertendo al Cristianesimo le tribù padane stanziate sulle rive del fiume Lambro.
Se curiosi sono i vini prodotti sulla collina di San Colombano, proprio per la particolarità della zona di produzione, non è da meno l’origine del nome del paese collinare e della viticoltura stessa. Entrambi pare siano dovuti al frate irlandese Colombano, successivamente elevato al rango di Santo dalla Chiesa per la meritoria opera di evangelizzazione compiuta.
Non si sa se tra le due cose - vale a dire, in che modo, la viticoltura abbia aiutato l’evangelizzazione o viceversa - ma è bello pensare che una Doc abbia una così nobile origine. E’ comunque verosimile che la coltivazione della vite si sia diffusa in questi luoghi e proprio in quell’epoca grazie all’opera dei monaci seguaci del frate irlandese, legati alla coltivazione della vite da esigenze di culto e guidati dalla conoscenza delle opere di agronomia dei classici, che gli amanuensi dell’ordine ricopiavano su pergamene.
Concludendo, volevo trovare qualche cantina aperta, ma non ci sono riuscito perchè ormai era tardi. Allora ho ripreso la strada per tornare a Milano ma sono sicuro che andrò di proposito un'altra volta, perchè merita dedicare una intera giornata per visitare questi luoghi meravigliosi.

martedì 20 aprile 2010

Cane obeso, colpa del padrone

L'altro giorno ho letto su un quotidiano che un signore inglese è stato riconosciuto colpevole di indifferenza verso il proprio cane, e per averlo ridotto in uno stato pietoso, precisamente era ''obeso''.
In genere un cane adulto di razza ''border collie'' dovrebbe pesare dai 14 ai 20 chili.



Ma il povero Taz, così si chiama il cane, di chili è arrivato a pesarne quaranta, uno sproposito. Del suo esagerato sovrappeso il padrone, un benestante sessantaduenne inglese di Brighton, non sembra essersi mai occupato. L'uomo, la cui abitazione è stata trovata in uno stato spaventoso di disordine, è stato condannato a 6 mesi di prigione, per crudeltà contro il proprio cane.

Sono proprio contento di questa sentenza inglese. Voi cosa ne pensate?

venerdì 16 aprile 2010

Goya e il mondo moderno

Si è aperta il 17 marzo scorso a Palazzo Reale di Milano una straordinaria mostra dedicata all'opera dell'artista spagnolo Francisco Goya, intitolata “Goya e il mondo moderno” che intende analizzare la relazione e i legami artistici tra Goya e altri celebri pittori moderni, partendo dall’analisi delle tematiche care al pittore aragonese: l’immagine della nuova società, l’espressione della soggettività, la reazione gestuale, la violenza.



Quanto sia stata importante l’influenza di Goya sull’arte e la cultura contemporanea lo conferma la stessa storiografia tradizionale che definisce l’opera del pittore come un punto di riferimento per i movimenti stilistici che hanno contribuito a definire l’arte del XIX e del XX secolo: impressionismo, simbolismo, espressionismo, surrealismo.

Francisco Goya rappresenta dunque una figura fondamentale e focale per poter comprendere il mondo moderno e per conoscere ciò che di realmente moderno è racchiuso in esso. La presenza dell’irrazionalità, l’importanza del corpo, il terrore, la costanza della paura, sono alcuni degli aspetti che conferiscono ai quadri e ai disegni di Goya una luce intensa e riconoscibile.
Non sono pochi gli artisti che, direttamente e non, si sono mossi nel chiarore di tale luce, facendo propri molti di questi temi e mettendo lo spettatore nella condizione di poter comprendere l’inquietante forma del mondo in cui vive.



In verità io già avevo visto i disegni e le incisioni di Goya in una mostra allestita l'anno scorso al Castello di Legnano, ma mi mancava vedere soprattutto i dipinti.

Chiunque vuole visitare questa emozionante rassegna ha tempo fino al 27 giugno 2010. Attraverso 180 opere, tra dipinti, incisioni e disegni, la mostra ricostruisce la relazione tra Goya e altri celebri artisti che hanno segnato il percorso dell'arte degli ultimi due secoli: da Delacroix a Klee, da Kokoschka a Mirò, da Picasso a Bacon, da Pollock a de Kooning, fino a Sassu e Guttuso.

mercoledì 14 aprile 2010

Linneo e il nome delle piante

Avendo un appuntamento a Milano, ed essendo come al solito in anticipo, sono entrato per caso al Museo di Storia Naturale, che si trova ai Giardini di Porta Venezia. L'avevo gia' visitato molti anni fa, ma mi ha fatto piacere rivederlo.
Nelle varie stanze dedicate alla botanica, i nomi delle piante sono classificati giustamente in latino e con un senso logico. Mi è venuto subito in mente Linneo, che fu probabilmente il più grande botanico di tutti i tempi. Infatti in una stanza ho trovato la descrizione della sua vita.
Secondo me vale la pena ricordarla, non solo per pura cultura, ma anche perchè è stato un ''grande''.



Carl Nilsson Linnaeus divenuto Carl von Linné in seguito all'acquisizione di un titolo nobiliare e noto ai più semplicemente come Linneo, è stato un biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi.
La lettera L., posta spesso a seguire delle indicazioni di nomenclatura binomiale nei cataloghi di specie, identifica il cognome dello scienziato.
Nato nel 1707 in Svezia da Nils Ingemarsson, un contadino, e Christina Broderson, figlia del locale pastore protestante. Il padre di Carl era interessato alla botanica, tanto da adottare come cognome, che a quei tempi non era diffuso in Svezia, Linnaeus ovvero la latinizzazione della parola dialettale linn (tiglio), traendo spunto da un grosso tiglio situato nei pressi della sua casa natale.
Anche Carl, per il quale era prevista una carriera ecclesiastica, sviluppò fin dall'infanzia un grande interesse per la botanica, tanto che il suo insegnante di scienze nonché medico locale, Johann Rothman, convinse suo padre a fargli frequentare l'università di Lund.

Nel 1727 si iscrisse così all'Università dove iniziò lo studio della medicina, ma molto probabilmente il suo vero interesse era quello di studiare le sostanze mediche usate a quei tempi, la stragrande maggioranza dalle quali era costituita da vegetali. L'anno successivo si trasferì all'Università di Uppsala, la migliore della Svezia, dove passò la maggior parte del suo tempo a raccogliere e a studiare vari tipi di piante.
Già dal 1730 iniziò a prendere forma il suo metodo di classificazione tassonomica.

Ancora studente giunse alla convinzione che gli organi riproduttivi delle piante, ovvero le parti del fiore (petali, stami e pistilli) potessero essere utilizzati come base per la loro classificazione, scrisse un breve trattato sull'argomento, Preludia Sponsaliorum Plantarum ("Nozze delle piante"), che gli fece ottenere ancora durante gli studi la posizione di docente presso il giardino botanico. Ciò gli procurò, purtroppo, anche una condanna: poiché ebbe l'imprudenza di basare la classificazione su quello che osò chiamare "il sistema sessuale" delle piante, esaminando i loro "organi riproduttivi". Ebbene, per questo ebbe una denuncia dallo stato svedese per "immoralità" e la condanna della Comunità luterana per "sospetto di libertinismo".

Nel 1731 l'Accademia delle Scienze di Uppsala finanziò la sua spedizione in Lapponia, in quanto Linneo era purtroppo in ristrettezze economiche. Scrisse il resoconto della sua spedizione etnografica e botanica nell'opera Lachesis lapponica (pubblicata postuma nel 1811); nel 1734 organizzò un'altra spedizione nella Svezia centrale.

I risultati scientifici furono illustrati nell'opera ''Flora Lapponica Exhibens Plantas per Lapponiam Crescentes, secundum Systema Sexuale Collectas in Itinere Impensis'' (1737). Nel 1735 si trasferì in Olanda e terminò i suoi studi di medicina all'università di Harderwijk. Successivamente però si iscrisse anche all'università di Leiden per continuare i propri studi. In questa fase della sua vita la sua reputazione di botanico era già ampia ed affermata. Nel 1738 tornò in Svezia dove iniziò a esercitare la professione di medico, dedicandosi principalmente alla cura della sifilide.

Nel 1739 fu uno dei fondatori dell'Accademia Reale Svedese delle Scienze. Nello stesso anno sposò Sara Morea, figlia di un medico. Due anni dopo, nel 1741, ottenne una cattedra presso la facoltà di medicina all'Università di Uppsala ma l'anno successivo la scambiò con la cattedra di botanica, dietetica e materia medica (che conservò fino alla morte).

A Uppsala restaurò il giardino botanico, disponendo le piante secondo il suo ordine di classificazione.
Linneo continuò a organizzare spedizioni in tutto il mondo, con il fine di scoprire e classificare tutti gli esseri viventi e i minerali della Terra. Molti dei suoi studenti presero parte alle spedizioni ed alcuni addirittura perirono durante i viaggi.
Nel 1758 acquistò l'azienda di Hammarby dove creò un modesto museo destinato ad accogliere la sua collezione privata.
Nel 1761 il re Adolfo Federico di Svezia gli conferì un titolo nobiliare a seguito del quale Linneo convertì il suo nome in Carl von Linné.

I suoi ultimi anni di vita furono caratterizzati da un crescente pessimismo e dalla depressione; nel 1774 fu colpito da una serie di piccoli infarti e morì nel 1778.

lunedì 12 aprile 2010

Sei vecchio quando.....

Sei vecchio, non quando hai una certa età, ma quando hai certi pensieri.

Sei vecchio quando ricordi le disgrazie e i torti subiti, dimenticando le gioie che hai gustato e i doni che la vita ti ha dato.

Sei vecchio quando ti danno fastidio i bambini che giocano e corrono, le ragazzine che cinguettano, i giovani che si baciano.

Sei vecchio quando continui a dire che ''bisogna tenere i piedi per terra'', e hai cancellato dalla tua vita la fantasia, il rischio, la poesia, la musica.

Sei vecchio quando non gusti più i canti degli uccelli, l'azzurro del cielo, il sapore del pane, la freschezza dell'acqua, la bellezza dei fiori.

Sei vecchio quando pensi che sia finita per te la stagione della speranza e dell'amore.
Sei vecchio quando pensi alla morte come al calar nella tomba, invece che come al salire verso il cielo.

Se invece ami, speri, ridi, allora ''Dio'' allieta la tua giovinezza anche se hai novant'anni.

(Anonimo)

giovedì 8 aprile 2010

Glorenza,gemma medievale dell'Alto Adige

E' arrivata finalmente la bella stagione (f0rse?) e con essa la voglia di viaggiare alla scoperta dei tanti angoli di casa nostra, spesso ingiustamente dimenticati a favore di mete estere che fanno tanto chic. Secondo me è l'ora di riscoprire davvero la nostra bellissima Italia e la ricca storia millenaria, con un itinerario che può soddisfare tutte queste esigenze.

Nelle scorse vacanze di Pasqua sono stato due giorni a Glorenza, una perla medievale della Val Venosta, nell'Alto Adige più autetico e affascinante.


Idillicamente circondata da prati e campi, Glorenza rappresenta un piccolo gioiello, oltre a vantare le strutture civiche meglio tenute del Sud Tirolo.
Mura cittadine intatte, con torrioni semicircolari e tre porte testimoniano l'antico carattere difensivo della cittadina che nel 1291 ottenne il diritto di tenere mercato.

Fu nel 1291 che Mainardo II, il principe regnante del Tirolo, conferì al comune di Glorenza i privilegi di "civitas". Ma la vera fioritura Glorenza la ebbe nel XIV e XV secolo.
Ancor oggi la piazza medievale del mercato è impiegata come palcoscenico di allegre feste e mercati frequentati di buon grado non solo dai suoi cittadini.

Glorenza, la più piccola città dell'Italia (800 ab. circa), un gioiello architettonico di cui subito ci si innamora a prima vista.
Le mura di cinta completamente conservate, con le tre imponenti torri e tutta una serie di torrette di guardia, racchiudono pittoreschi vicoli ed angoli.
Il sapiente risanamento ha dato alla cittadina nuova vita, salvaguardando nel contempo la sua peculiarità. Potrà capitare di veder passeggiare accanto, tra i vicoli, un quadrupede con tanto di corna: Lei alla ricerca di curiosità, lui sulla via per la stalla. Un'aurea d'intimità, un piccolo idillio.
Suggestivi i portici del XIII secolo, luogo di sosta preferito dalle mucche, cortili interni, case con facciate del primo gotico ed infine la piazza del Mercato con la fontana invitano ad una tranquilla sosta.
Tra le cose più interessanti da vedere a Glorenza citiamo le vestigia del XII secolo, una serie di case patrizie del Cinquecento e soprattutto il muro di cinta rinascimentale perfettamente conservato con tre bastioni mediani e quattro bastioni angolari nonchè i suoi tre portoni, chiamati di Malles, di Sluderno e di Tubre (0 della chiesa). Il nome di Glorenza si trova per la prima volta in documenti del 1294 come "burgum".

Se vi capita, visitate Glorenza detta ''la città murata'', soprattutto d'estate dove si svolgono numerosi eventi folkloristici e culturali.