giovedì 24 febbraio 2011

Alberto da Giussano è veramente esistito?

Sono cittadino di Legnano ormai da alcuni anni, e l'altra mattina mi trovavo in piazza Monumento ad aspettare un mio amico che arrivava da Milano. Nell'attesa, guardando questa enorme statua di Alberto da Giussano,  mi è venuto un dubbio, cioè se questa figura leggendaria fosse mai esistita?




Come tutti sanno il 29 maggio 1176 si svolse nei pressi di Legnano la famosa battaglia che vide la Lega Lombarda opposta all’esercito imperiale di Federico Barbarossa, la Lega fermò l’avanzata del Tedesco con il contributo determinante di Alberto da Giussano. A questo punto mi è sembrato lecito chiedermi, ma chi era questo eroico cavaliere?



Precedentemente avevo già fatto alcune ricerche storiche e letterarie, ed ero giunto ad una conclusione,  più volte affermata da alcuni storici, ma ignorata con nonchalance dai leghisti per un motivo fin troppo ovvio, che Alberto da Giussano non fosse mai esistito, è stato un parto della galoppante fantasia del milanese Galvano Fiamma, frate domenicano che scrisse una cronaca di quella battaglia vittoriosa all’incirca a metà del XIV secolo ad esclusivo beneficio del signore di Milano Galeazzo Visconti.
A questo frate si deve molto sui racconti e fatti della Battaglia di Legnano, per esempio il racconto del volo delle colombe bianche dal Carroccio alla Basilica di San Simpliciano a Milano. Altri rigorosi storici dell'epoca non fanno cenno dell'esistenza di Alberto nel periodo della Battaglia.

Nel frattempo, mentre fantasticavo, era arrivato il mio amico il quale non riusciva a trovarmi, perchè mi ero spostato sotto il Monumento per cercare qualche traccia. Invece l'appuntamento era sempre nella Piazza, ma  all'angolo della Stazione.

Nonostante i miei dubbi, rimane lo stesso uno dei protagonisti della storia di quel periodo.
Secondo me, Alberto da Giussano è un eroe Italiano, non padano. Appartiene a tutti noi, come la saga del Carroccio e della Compagnia della Morte. Che ne dite?

martedì 22 febbraio 2011

La Laguna segreta di Venezia




Come ogni mese, trascorro alcuni giorni a Venezia a casa di mio figlio. Vado anche per stare con la mia piccola nipotina. Ieri sera sono tornato a casa mia! Quando sono lì ne approfitto per fare qualche giro e andare nei luoghi poco conosciuti dal turismo tradizionale.

Stavolta, anche se si sono aperte in Piazza San Marco le feste per il Carnevale ed è ancora inverno, sono andato a visitare alcune piccole isole che formano la ''pianura liquida di Venezia'', unica al mondo che, dopo 200 anni di abbandono e utilizzo militare, sta tornando a vivere.
Oggi le piccole Isole della Laguna, che da secoli riforniscono il mercato di Rialto con prodotti straordinari grazie al particolare terreno salino, sono infatti investite da grandi progetti di recupero che hanno risvegliato anche l'antica funzione agraria.


Allontanandoci da San Marco in direzione del Lido, si approda a San Lazzaro degli Armeni, un'oasi di pace amata dal poeta George Byron. Qui, i padri Mechitaristi accompagnano i visitatori nell'orto e nel roseto accanto alla vecchia tipografia che stampava in 29 lingue e raccontano la genesi della vartanush, la speciale marmellata di rose venduta nella foresteria.




Orti salati e confraternite religiose anche alla Certosa, 24 ettari di terra 250 metri a est di Venezia usati fino al 1997 come poligono di tiro dei Lagunari e che, in seguito a lunghe battaglie pacifiste, sono stati trasformati in una darsena e un cantiere, il Polo Nautico Vento di Venezia, che costruisce barche in legno. Vista dall'alto, l'isola appare come una macchia rigogliosa di bagolari e gelsi che circonda i resti del cenobio certosino del Quattrocento. I frati vi coltivavano due vigne, sabbioneta e torresina, e un grande orto. Chi viene qui lo fa per Il Certosino, dove lo chef Ivan Garlassi coniuga l'amore per i prodotti isolani a quelli della sua terra, la Val Sesia. Tra le sue specialità, la zuppetta di peoci (cozze) e lo spezzatino di laguna.


Vicino ci sono le isole di Vignole e Sant'Erasmo, da sempre gli orti salati della città. Vi si coltivano le famose castraure, ovvero piccoli carciofi violetti dall'inimitabile sapore salmastro, e vi si producono gli originali mieli di fiori di barena e carciofo. Via via che ci si addentra in laguna si torna indietro di mille anni.
Si costeggia l'isola di San Francesco del Deserto, un tempo chiamata Due Vigne. Anche qui i frati curano l'orto, ma lasciano visitare solo la chiesetta di Francesco, che soggiornò nell'isola.

È difficile staccarsi dal claustrale silenzio, ma non molto lontano si trova Burano. Si ritorna sempre volentieri ma è meglio lasciar perdere i tradizionali merletti (fatti chissà dove!) e concentrarsi sull'offerta gastronomica. Una sosta d'obbligo è Da Romano, storico locale aperto all'inizio del Novecento da un uomo semplice ma amante dell'arte, che accoglieva gli squattrinati pittori attratti dal paesaggio.
Al posto dei soldi vigeva lo scambio: quadri in cambio di moleche (i granchi) e, oggi, alle pareti ci sono ben 420 opere di gran calibro (Carena, Cadorin, Vedova, De Pisis, Fontana). Non meno unici i piatti, dalle rare moleche impanate e fritte che si allevano nei cassoni di legno sommersi proprio di fronte a Burano, al risotto di go (ghiozzo), fino al pesce grigliato sulla brace di legna che viene portata dalla terraferma su grandi burci (le tipiche imbarcazioni a fondo piatto). A poca distanza si trova la Bottega Palmisano, dove si possono comprare i biscotti bussolà appena sfornati.



A Torcello, invece, abitano solo venti persone. Eppure, in quest'isola che conserva grandiosi mosaici bizantini nella cattedrale a testimonianza di un passato glorioso, troneggia un re della gastronomia veneziana, la Locanda Cipriani, già passione culinaria di Ernest Hemingway che proprio nelle acque della laguna amava cacciare e assaggiare quelli che sono ancora oggi i cavalli di battaglia del ristorante: il risotto alla torcellana e le schie (gamberetti).


Infine, Mazzorbo, un ambiente spettacolare dominato da un'antica vigna murata di uva dorona, un vitigno silente in via d'estinzione e recuperato dopo dieci anni di lavoro. Nella tenuta Venissa, la chef bellunese Paola Budel ha portato il meglio dell'entroterra veneto, per esempio l'agnello dell'Alpago, unendolo alle dimenticate erbette lagunari, come la rara Salicornia, pianta usata un tempo dai marinai contro lo scorbuto e oggi ingrediente d'eccezione per originali risotti di pesce.

Ottima gita, anche se nella Piazza San Marco è stata collocata 'una fontana del Vino', dove versava vino veneto all'ora dell'aperitivo e distribuito o venduto da belle locandiere locali a prezzi popolari.

sabato 19 febbraio 2011

Il formaggio di fossa

La settimana scorsa è venuto a trovarmi un carissimo amico romagnolo, il quale mi ha portato come regalo una ''grossa forma'' di formaggio di fossa. All'inizio credevo che fosse del parmigiano reggiano, invece mi ha spiegato che era un formaggio della zona tra le provincie di Forlì e Rimini. 
Mi ha raccontato che c'è una leggenda in cui si racconta che la speciale lavorazione del formaggio di fossa sarebbe nata puramente per caso.



Pare infatti che nel 1486 Alfonso d'Aragona, sconfitto dai Francesi, avesse ottenuto l'ospitalità di Girolamo Riario, signore di Forlì. Ma le risorse del forlivese non consentirono a lungo il sostentamento delle truppe, che presto cominciarono a depredare i contadini dei dintorni. Questi, per difendersi, presero l'abitudine di nascondere le provviste nelle fosse. A novembre, una volta partiti gli eserciti e finite le scorrerie, le dissotterrarono e scoprirono che il formaggio aveva cambiato le proprie caratteristiche organolettiche.



Di forma spesso irregolare, il formaggio di fossa si presenta con un colore dal giallo paglierino al nocciola pallido e con una pasta chiara e morbida. Ha una struttura friabile e un sapore dolce e leggermente piccante. Sua caratteristica può essere l'aroma di fungo, insieme a quello di castagna lessa, al sentore di cantina, di telo e di chiuso, che perde appena si mangia.

Oltre che grattugiato e saltato in padella con pasta e gnocchi, può essere gustato anche con confettura di fichi o miele, che ne smorza la forza senza disperderne l'aroma. Per accompagnarlo sono ottimi i vini dolci, passito e vin santo su tutti, o un buon rosso invecchiato.

Al di la della leggenda, - diceva il mio amico, -  esistono due inventari della fine del 1400 dove si afferma che le fosse venivano affittate a produttori di formaggio e venivano anche utilizzate per conservare il grano e proteggerlo dalle razzie.

giovedì 17 febbraio 2011

150° Anniversario dell'Unità d'Italia



Iniziano i festeggiamenti del 150° Anniversario dell'Unità d'Italia


martedì 15 febbraio 2011

Restauro del film ''Miracolo a Milano''


Un capolavoro del cinema italiano è stato miracolosamente restaurato in digitale.

Nel giorno di San Valentino, sono stato invitato al Teatro Strehler di Milano a rivedere la proiezione del capolavoro di Vittorio De Sica del 1951, ''Miracolo a Milano'', Palma d'Oro a Cannes.
I promotori dell'iniziativa sono stati, oltre al Comune di Milano, la Sea Aeroporti,  l'Associazione Amici di V.De Sica e i figli del famoso regista, i quali hanno dichiarato, prima della proiezione, che questo restauro è anche un atto di omaggio all'immaginario di Cesare Zavattini, autore del soggetto.

 


Per chi non lo ha mai visto, spiego che è un film di genere fantastico dove i toni apparentemente fiabeschi, in realtà contengono una feroce satira sociale.
Insieme a ''Ladri di Biciclette'' questo capolavoro si colloca nella storia del cinema come film di importanza mondiale.
Divertente, commovente, anche con effetti speciali, ( i disoccupati che volano a cavallo di scope in Piazza Duomo), il film racconta la scoperta del petrolio nella periferia milanese da parte di una comunità di barboni. 

E' stata una fortuna averlo rivisto e ne sono veramente felice.

domenica 13 febbraio 2011

Buon San Valentino


 
E' uno dei rari casi in cui tutti i calendari concordano nel riportare il nome di questo Santo diventato tale per la bontà del suo gran cuore.

 

Così, per questioni di cuore, nel cosiddetto immaginario collettivo diventò il protettore degli innamorati. E ogni anno, puntuale, nel giorno di San Valentino in tutto il mondo si verifica, fitta fitta, una pioggia di cuori.

 


BUON SAN VALENTINO A TUTTI
Da Stefano di Semplici Conversazioni

venerdì 11 febbraio 2011

Barzellette flash per il week end


Orologio


Il ricoverato di una clinica psichiatrica posa un orologio sul pavimento.

- Che cosa fai? – gli domanda un infermiere.
- Guardo l’orologio se cammina…!



Differenze in Gran Bretagna

Un Inglese dice a un conoscente Italiano:

- Sai qual è la differenza tra noi Inglesi, gli Irlandesi e gli Scozzesi?
Per esempio, uscendo da uno scompartimento ferroviario, l’Inglese si
volta per vedere se ha dimenticato qualcosa. L’Irlandese se ne va senza
guardare. Lo Scozzese si volta per vedere se qualcuno ha lasciato qualcosa…




Al ristorante

- Prenderei volentieri un piatto di pesce, - dice un cliente al cameriere.
- Lei pensa che mi possa fidare di questo branzino alla griglia?
- A occhi chiusi! – replica il cameriere – Pensi che è già in cucina da
sei giorni e non ci ha mai dato fastidio!



Candore paesano

In un piccolo paese il postino appena assunto chiede udienza al Sindaco:

- Vorrei far presente che occorre un’altra cassetta per imbucare le lettere.
- Ma non serve: ne basta una, qua siamo poche anime…
- Come non serve? E’ da un mese che sono in servizio e la cassetta è già piena!

mercoledì 9 febbraio 2011

Lacrima di Morro d'Alba

Il vino "Lacrima di Morro d'Alba, diventato a denominazione di origine controllata nel 1985, è conosciuto sin dai tempi remoti. Sembra già se ne parli in alcuni scritti risalenti all'epoca dell'antica Roma.


Narra la leggenda che nel 1167 Federico Barbarossa lo poté apprezzare allorché, posto l'assedio alla città di Ancona, scelse come propria dimora il Castello di Morro, di cui compare in un atto imperiale come ''Curtis''. Gli abitanti furono costretti a cedere all’imperatore le cose più buone e prelibate, tra cui il famoso succo d’uva di Morro d’Alba.
Compare invece come ''Castrum'' in un altro atto del 1213, quando Senigallia è costretta a cedere Morro d'Alba al vicino comune di Jesi.
Nel 1326, Morro d'Alba viene assediata dalle milizie di Fabriano, e nel 1365 le mura devono essere ricostruite, forse a causa dei danni subiti da una incursione dei banditi della "Compagnia Maledicta" di Fra Moriale. Per brevi periodi Morro d'Alba passa sotto il controllo dei Malatesta di Rimini, desiderosi di ampliare i loro domini; subisce diverse incursioni degli Anconetani nel 1481 e negli anni successivi; nel 1517 viene saccheggiata la Francesco Maria della Rovere. Soltanto nel 1808, con il Regno Napoleonico, viene definitivamente sottratta al comune di Jesi; è poi nel 1860, con l'unità d'Italia, che Morro entra a far parte della provincia di Ancona.
Proprio questo avvenimento comportò, nel 1862, l'aggiunta del termine Alba al nome del paese, per evitare delle confusioni con altre località del Regno.

La zona di produzione di questo vino ricade nella Provincia di Ancona e comprende l'intero territorio comunale di Morro d'Alba, Monte San Vito, San Marcello, Belvedere Ostrense, Ostra e Senigallia, con l'esclusione dei fondi valle e dei versanti delle colline del Comune di Senigallia prospicenti il mare.
Esso si ottiene da un vitigno autoctono antico, il Lacrima, che veniva tradizionalmente maritato all'olmo e all'acero e si coltivava nelle ricche alberate che caratterizzavano le colline del territorio di produzione.
Soltanto agli inizi degli anni ottanta alcuni produttori, convinti dell'opportunità di far conoscere il prodotto e di valorizzarlo, sono riusciti a ridare nuovo lustro a questo vitigno.

Il nome Lacrima deriva dal fatto che la buccia dell'uva, quando arriva al punto di maturazione, si fende, lasciando gocciolare, lacrimare, il succo contenuto. La buccia dell'uva Lacrima ha tuttavia uno spessore notevole, il che, in fase di macerazione, fa sì che la cessione di antociani, tannini e sostanze coloranti, sia enorme.
E' un vino che si sposa con i primi piatti tradizionali delle Marche, con antipasti di pesce azzurro marinato o in carpione con lo stesso vino, con le carni bianche. Va bevuto alla temperatura di 18^C.
 Prosit.......

lunedì 7 febbraio 2011

San Giulio e la sua isola

Ieri ,essendo una calda giornata (12 gradi), sono andato a visitare una bellissima località del basso Piemonte e precisamente  Orta, un delizioso borgo dell'omonimo lago, attraversato da vie strette e tortuose con meravigliose abitazioni e antichi palazzi. Ma la parte più affascinante è l'isola che si trova in mezzo al lago (ovvero l'Isola di San Giulio), perfettamente inserita nel paesaggio lacustre prealpino e si trova a circa 400 metri dalla riva.


Narra la leggenda che nella seconda metà del IV secolo d.C. San Giulio, fuggito dalla Grecia per scampare alle persecuzioni, iniziò ad erigere chiese cristiane per combattere il paganesimo. Volendo a tutti i costi costruire la sua centesima Chiesa, si spinse fìn sulle rive del lago e qui, affascinato dal luogo, rimase a contemplare l'isola, la quale - si dice - fosse allora infestata da draghi e serpenti.

Il Santo, non trovando una barca, stese il proprio mantello sull'acqua e camminandovi sopra raggiunse l'isola. Scacciati draghi e serpenti con la sola forza della parola, cominciò a costruire la sua centesima chiesa.
In questa Basilica a lui dedicata sono conservate nella cripta le sue spoglie.

La storia - in verità - è molto più cruda e drammatica. Orta e l'isola di San Giulio conobbero periodi di lotte violente e furono teatro di feroci assedi e di battaglie sanguinose.
Si crede che Onorato, vescovo di Novara dal 490 al 500, abbia iniziato le opere di difesa che, continuate nei secoli successivi, ne fecero l'inespugnabile municipium di cui paria Arnolfo nell'XI secolo. Divenne ducato longobardo e fu teatro di atti violenti e sanguinosi quando nel 590 il re longobardo Agilulfo vi fece uccidere il duca Minulfo con l'accusa di tradimento. Nel 957 Berengario II, in lotta con i vescovi-conti di Novara si rinchiuse nell'isola che fu assediata per 2 mesi dalle truppe di Ottone I.
Ancora assediata nel 962, venne poi restituita al vescovo di Novara. Tra alterne e drammatiche vicende Orta e l'isola rimasero sotto la dominazione dei vescovi di Novara fino al 18 luglio 1817, quando la Chiesa novarese vi rinunciò per sempre a favore di Vittorio Emanuele I, riservando al vescovo il castello e i palazzi dell'isola.
Avendo gustato davvero questa bella giornata fuori porta,  mi è sembrato giusto raccontarla!

giovedì 3 febbraio 2011

Viaggio negli armadi di Bettina


Un weekend all'insegna dell'eleganza e dello stile in una delle ville più belle di Milano, ovvero Villa Necchi Campiglio che si trasforma in una raffinata quanto inedita boutique.
Il FAI (Fondo Ambiente Italiano) organizza una vendita speciale di oltre mille tra abiti e accessori dal guardaroba di Bettina Gabetti. I fondi raccolti con questo evento saranno totalmente devoluti alla proprietà milanese del FAI, aperta al pubblico dal 2008.

Orari:

Giovedì 3 febbraio: inaugurazione ore 18.30
Venerdì 4, sabato 5 e domenica 6 febbraio: vendita aperta al pubblico ore 10 – 18

Durante la manifestazione sarà possibile visitare gli interni di Villa Necchi Campiglio.
Le visite sono guidate e soggette alla disponibilità di posti e orari, da verificare in biglietteria.
Per informazioni:


Villa Necchi Campiglio
Via Mozart 14 – Milano
tel. 02.76340121


Più di mille capi, tanti stili: da Janson, a Missoni e Jil Sander, Hermès e Tivioli, Zoran e Miyake, l'India e il Giappone, il Marocco e gli Stati Uniti, l'etnico e il pop.

L'intero guardaroba è stato donato al FAI dalla famiglia in ricordo di Bettina, donna colta e raffinata, nominata nel 1972 dalla prestigiosa giuria americana della Hall of Fame, una delle donne più eleganti del mondo.
In vendita abiti e cappotti, borse, scarpe e sandali, sciarpe, scialli e foulard, guanti e cappelli, accessori e valigie: un vero e proprio viaggio nella storia del prêt-à-porter dagli anni '70 ai giorni nostri.
Durante l'evento verranno esposti alcuni gioielli disegnati da Bettina Gabetti, un omaggio alla sua eclettica creatività.
Questo non è il primo omaggio che lega la famiglia Gabetti al FAI. Un gruppo di amici, infatti, aveva già scelto, contribuendo al restauro, di dedicarle la torretta che domina il Labirinto del Castello di Masino (To) - storica proprietà della Fondazione in Piemonte.
Questo a significare come attraverso tanti, diversi e importanti gesti si può sostenere la Fondazione nella sua missione di salvaguardia e tutela del patrimonio artistico e ambientale.
Racconta la figlia Cristina, autrice di manuali di ecologia e inviata di ''Striscia la Notizia'':

B for FAI è un'opportunità per portare a nuova vita un guardaroba di grande qualità e la scelta di allestimenti leggeri, in materiali di riciclo e riciclabili, è stata una naturale conseguenza. Mia madre è stata una metodica ed eclettica collezionista di cose belle. La ricerca della qualità è stata la sua costante, in ogni aspetto della sua vita, e la sua maniera di vestire ne è stata grande testimonianza. C'è voluto del tempo, dopo che è mancata, per sottrarre abiti dalla moltitudine armoniosa e curata. Era come sfilare strumenti da un'orchestra. Con il passare dei mesi, piccoli ricordi sono entrati nella vita di persone a lei care.Gli armadi restavano sempre pieni di cose belle ed è cresciuta la voglia di condividerle.
Ora è possibile grazie al FAI.

martedì 1 febbraio 2011

Il nuovo Museo del Novecento

Lo scorso dicembre ha aperto a Milano il nuovo Museo del Novecento. Finalmente, sono andato a visitarlo assieme a due miei amici, anche perchè l'ingresso sarà gratuito fino al 28 febbraio 2011. Nel Museo, oltre 400 opere ripercorrono l'arte del XX secolo. Il nuovo spazio museale del Comune di Milano, nel Palazzo dell'Arengario in piazza Duomo, mette in mostra i più grandi artisti di quel periodo, ovvero: da Boccioni a Balla, da Fontana a de Chirico, passando per Manzoni, Sironi, Carra', Guttuso e l'Arte povera.



Le opere appartengono tutte alle Civiche Raccolte Artistiche del Comune. Il percorso inizia dal 'Quarto Stato' di Giuseppe Pellizza da Volpedo, opera installata sulla rampa elicoidale realizzata al centro dell'Arengario, e attraversa l'arte di tutto il secolo, soffermandosi sulle correnti che sono nate o hanno trovato linfa a Milano.




Dalle Avanguardie al Futurismo, dall'arte degli anni Venti e Trenta all'astrattismo, gli spazi del museo offrono sezioni e monografie dedicate ad artisti come Umberto Boccioni, Giorgio de Chirico, Lucio Fontana, Mario Sironi, Giorgio Morandi, Arturo Martini e Carlo Carrà.


 
Il costo complessivo del Museo e' stato di 28 milioni di euro. La collezione e' stata studiata da un comitato scientifico creato ad hoc per lo spazio milanese, presieduto dal direttore centrale Cultura, Massimo Accarisi, e dal direttore Settore Musei del Comune di Milano, Claudio Salsi, coordinato da Marina Pugliese, Direttore del Progetto Museo del Novecento.
Secondo un mio modesto parere questo Museo rappresenta una delle più grandi opere europee dedicate alla cultura. Un luogo prestigioso per guardare al passato proiettati nel futuro. Un patrimonio nuovo per la città che con questo luogo diventerà uno spazio accessibile a tutti.

Chi può o si trova a passare da Milano, consiglio di visitarlo.