venerdì 27 novembre 2015

Il Paese di Cuccagna

Il Paese di Cuccagna è un mondo immaginario e fantastico in cui gli uomini hanno sempre coltivato fin dall'età antica. Ma, nel Medioevo, trovò una delle sue elaborazioni più suggestive, con la fondazione del favoloso ''Paese di Cuccagna, dove chi più dorme, più guadagna''.

Bruegel il Vecchio - Il Paese della Cuccagna - 1567

Questo mito dell'abbondanza di cibo e della sua illimitata moltiplicazione a portata di tutti, è nato come risposta alle frequenti carestie; pertanto è stato il sogno prediletto dei comuni mortali. Entrarono a far parte del mito della Cuccagna anche i contigui Paradisi che gli uomini di fede immaginarono di incontrare, dopo la morte, le terre dell'abbondanza con latte e miele.

Esempio di un simile paese, anche se non indicato con questo nome, lo si trova già nella commedia greca i "Minatori" dove Ferecrate, commediografo del V secolo a.C., nel descrivere la vita felice dei morti, accenna ad un paese che si trova negli inferi dove ci sono "fiumi pieni di polenta e di vino e pani che  gareggiano per essere divorati dagli uomini''.

Un altro esempio lo si può trovare nel Paese di Bengodi descritto da Boccaccio nella III novella dell'ottava giornata del Decamerone dove "si legano le vigne con le salsicce''.

Come dicevo prima, per poter però incontrare il vero e proprio Paese di Cuccagna bisogna arrivare tra il Medioevo e il Rinascimento, dove tanti autori parlavano di questo mito.

Tra i molti testi che descrivono un paese con questo nome si ricorda il "Dit de Cocagne" dell'autore anonimo del XIII secolo, il fabliau "Li fabliau de Coquigne" della stessa epoca, il "Trionfo dei poltroni" di anonimo del XIV secolo, La nave dei folli di Sebastian Brant del 1494, il paso "Terra di Jaunja" di Lope de Rueda del Cinquecento, "Das Schlaraffenland" di Hans Sachs del 1530, "Le Roy de Cocagne" di Marc-Antoine Le Grand del 1719 e nelle fiabe dei fratelli Grimm per non dimenticare poi il titolo di un romanzo di Matilde Serao del 1890 "Il paese di Cuccagna" dove però l'allusione al paese descritto, Napoli, è in chiave triste e ironica.


Esistono poi opere dove il Paese di Cuccagna viene descritto con una originalità maggiore che nei testi precedentemente citati. Tra le descrizioni più complete del Paese di Cuccagna fatte da autori Italiani si ricorda la "Historia nuova della città di Cuccagna", scritta alla fine del Quattrocento da Alessandro da Siena, dove con grande efficacia vengono descritti tutte le raffinatezze di un paese ricco di meraviglie del palato e anche di piaceri differenti.
Diffusa in Italia, soprattutto nel Cinquecento e in seguito edita in diverse edizioni a partire dal 1518 e anche nei secoli seguenti, è la "Storia di Capriano contadino", di autore anonimo e di carattere popolare, dove oltre alla gioia di godere di ogni ben di Dio, esiste anche la possibilità di stare con belle e servizievoli fanciulle.

Bisogna ricordare poi che ancora oggi, in molte feste popolari, è diffuso in tutta Italia, dal Trentino alla Sicilia, ''l'Albero della Cuccagna''. Il gioco consiste essenzialmente nell'arrampicarsi su un palo, reso scivoloso dal grasso o dal sapone, per riuscire a prendere i beni (soprattutto alimentari) che vi sono stati legati alla cima.


L'albero della cuccagna
Per concludere, è mia opinione che in questi ultimi anni, il mito abbia ormai un significato politico perché molti considerano l'Europa, divisa tra un Nord e un Sud, abitati, rispettivamente, da lavoratori produttivi (vedi Germania) e infaticabili e poltroni nullafacenti aspiranti a un favoloso paese di Cuccagna (in primis la Grecia).
Infatti aleggia per l'Europa lo spettro razzista secondo il quale i Paesi del Sud, non riuscirebbero a risollevarsi economicamente a causa della loro indole ''Cuccagnesca''.
Sembra quasi che il Mediterraneo si sia spaccato in due zone, simbolicamente rappresentate dalla Formica (il Nord) e dalla Cicala (il Sud).

Sarà soltanto una mia opinione?
 

giovedì 19 novembre 2015

Orvieto, il vino dei Papi

La rinomanza conquistata dal vino di Orvieto in epoca Etrusca tornò a brillare e a diffondersi, in epoca medievale e rinascimentale, grazie a vescovi, cardinali e papi che soggiornarono più o meno a lungo sulla Rupe e dintorni. Tra i pontefici, Adriano IV, Urbano IV, Martino IV, Clemente VII scelsero Orvieto per sfuggire alle insidie della Roma papale; e negli anni in cui Orvieto fu residenza pontificia, verso Roma venivano spesso inviati fusti del celebre vino destinati a importanti personaggi. Non a caso, il vino di Orvieto comincia allora a essere definito e conosciuto come "vino dei papi".


Durante tutto il Medioevo, il periodo di maggiore ricchezza della città, il vino Orvieto divenne una delle principali risorse per finanziare la costruzione dello stesso Duomo: gli appalti per la costruzione dell’edificio, ma persino le commesse per la realizzazione di opere d’arte e affreschi vennero in parte pagati proprio con il preziosissimo vino. Lo stesso Luca Signorelli, autore del ciclo di affreschi, i bellissimi affreschi che ornano la Cattedrale, aveva richiesto in cambio della propria opera un vitalizio di 1.000 litri di vino di Orvieto ogni anno. Non stupisce quindi che nei bassorilievi del Duomo il tema della vigna e dell’uva siano piuttosto ricorrenti.



L’Orvieto è un vino antichissimo già prodotto dagli Etruschi i quali facevano fermentare i mosti nelle grotte scavate nella rupe tufacea su cui si erge la cittadina. Facevano il vino totalmente a crudo e non conoscevano la cottura del mosto.

Tanti sono gli aneddoti e leggende che raccontano come la qualità del vino di Orvieto sia stata sempre apprezzata nell'antichità.
Si racconta una leggenda che i Barbari, invasa la cittadella umbra, la depredarono di ogni sua ricchezza; ma mentre stavano portando fuori dai templi i preziosi calici donati dai fedeli, improvvisamente l'oro si sciolse, divenne liquido.
In un primo tempo i predatori fuggirono spaventati gridando: ''Aurum vetitum! Aurum vetitum!'' (Oro proibito!), ma poiché il miracoloso oro profumava soavemente, essi tornarono per assaggiarlo, trovandolo di loro gradimento. Dopo molteplici assaggi, i Barbari si gettarono a terra ubriachi, così che gli abitanti della cittadina li fecero tutti prigionieri.
A ricordo del barbarico grido 'Aurum vetitum', il suo vino si chiamò 'Or vieto' (Oro liquido).
Questa leggenda è stata adattata solo al vino perché il vero nome della Città deriva da ''Urbs vetus'', Città antica.


L’Orvieto, inoltre,  venne utilizzato da Garibaldi e dai Mille per brindare prima della loro partenza.
Per tutti questi meriti e per la sua bontà il vino di Orvieto venne ribattezzato da Gabriele D’Annunzio “il Sole d’Italia in bottiglia”.

giovedì 12 novembre 2015

Il ''Liberty'' da scoprire a Milano

Passeggiando nel centro di Milano ed alzando gli occhi verso i palazzi, ti accorgi che alcune facciate hanno uno stile originale e piacevole ''il così detto Stile Liberty''.
Più che una identità architettonica, fu un segno  decorativo individualista, adottato dalla Borghesia milanese all'inizio del Novecento per adornare  le loro abitazioni.

Una stagione del gusto con un nome straniero, LIBERTY, che voleva sottolineare la voglia di cambiamento dai modelli classici, imponendo allo sguardo pubblico residenze di effetto.
A Milano esistono circa 600 edifici.  Le aree della città più interessate da questo cambiamento architettonico sono le zone tra Corso Venezia e Corso Monforte, e tra Corso Magenta e Parco Sempione, più qualche sporadica opera nel centro storico e in zone più periferiche.


Cancello interno in ferro battuto
Un itinerario alla ricerca del Liberty svela facciate adorne di steli, di rampicanti, cancelli in ferro battuto, voluttuosi cariatidi e arabeschi.  Il Liberty trovò a Milano uno dei terreni più fertili per il suo sviluppo in Italia, a tal punto che viene spesso indicata, con Torino e Palermo, come la Capitale italiana del Liberty.

Il primo edificio propriamente Liberty della città, e sicuramente uno dei maggiori esempi di liberty milanese e italiano, è Palazzo Castiglioni, progettato da Giuseppe Sommaruga nel 1901 e concluso nel 1904, proprio in Corso Venezia 47 (oggi sede dell'Associazione Commercianti): via per gran parte occupata dai palazzi neoclassici delle famiglie Nobili milanesi.

Palazzo Castiglioni

Inoltre fra le più importanti Case Liberty da vedere sono: Casa Berri Meregalli (1913) in via Vivaio 8, - Casa Guazzoni (1905) in via Malpighi 12, - Casa Galimberti (1905) in via Malpighi 3 - Casa Campanini (1906) in Via V. Bellini 11 - Casa Laugier (1906) in Corso Magenta 96, poi
Casa Moneta, Casa Frisia, Casa Agostoni, etc. etc.
Infine annotatevi in agenda anche l'ex Casa Chiusa (oggi ospita un ristorante) in via Fiori Chiari 17.




Casa Berri Meregalli
 


Casa Galimberti




















Vi ricordo anche alcune Monumenti Liberty tra cui: l'Acquario Civico di Milano(1906),  tanti sculture e monumenti al  Cimitero Monumentale di Milano,  poi l'ex Hotel del Corso in Piazzetta Liberty (ora palazzo delle Assicurazioni), la Palazzina Liberty in Piazza Marinai d'Italia, L'Hotel Diana, il Teatro Filodrammatici, etc.



Acquario Civico















Scusate  se non ho fatto un elenco completo, ma il mio consiglio è di organizzarsi autonomamente  in un ''tour'' a piedi nel centro storico di Milano. Penso che Vi regalerà la gioia di osservare da vicino queste bellezze artistiche che vi ho segnalato!!!
 

giovedì 5 novembre 2015

Storia del Torrone in Italia

La settimana scorsa sono stato a Cremona per il 12^ incontro dei Blogger (vedi post precedente).
E' stata scelta la citta' di Cremona perche' si celebrava la Festa del Torrone.
Come ogni anno, Cremona organizza  un Corteo Storico in cui si rappresenta lo sposalizio fra Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza, che assicurava alla casata un dominio di oltre mezzo secolo sul Ducato di Milano.
E cosa c'entra il Torrone?


Il primo esemplare di questo dolce è stato creato per il pranzo nuziale, e avrebbe avuto la forma del
Torrazzo, il Campanile della Cattedrale cremonese. E da 'Torrazzo' a 'Torrone' la strada è breve!

È una storia affascinante, ma troppo bella per essere vera! Che il rapporto tra Cremona e il Torrone sia molto antico, però, è un fatto acclarato: alcune lettere conservate negli archivi della città ne attestano la presenza presso alcune botteghe di speziali e aromatari sin dal Cinquecento. 
Si sa che il Torrone è considerato un prodotto tradizionale anche in altre regioni italiane. La città che ne rivendica la presenza più antica è Benevento, centro principale dell’antico Sannio. Secondo un’altra tradizione campanilista, ne attesterebbero l’esistenza in zona con il nome di cupedia scritti di autori del I secolo come Tito Livio e di Marziale. 
In realtà non risulta che lo storico e l’epigrammista abbiano mai citato questa parola. Esiste tuttavia un vocabolo latino molto simile, usato da Cicerone nelle Tuscolane, da Aulo Gellio nel VI e nel VII Libro delle Notti Attiche e da Plauto nello Stichus: cuppedia, che si traduce sia con ghiottoneria (il vizio del goloso), sia con boccone prelibato. In vari dialetti italiani si registrano le voci simili cupeta, copeta, copata e coppetta, che identificano specialità simili al torrone o al croccante, prodotto a base di mandorle o nocciole legate da solo zucchero caramellato. 
Le varianti della cupeta e del torrone, infatti, sono tradizionali oltre che nella Bassa lombarda e nel Sannio, in Valtellina, in Piemonte, in Veneto, in Emilia Romagna, in Toscana, nelle Marche, in Lazio, in Abruzzo, in Molise, in Calabria, in Puglia e in Sardegna.
Per non parlare della Sicilia, dove il croccante assume il nome di cubbaita.
Proprio la parola cubbaita ci dà una chiave di lettura di questo prodotto meno italocentrica e più obiettiva, perché il torrone, inteso come «semi tostati – mandorle, nocciole, pistacchi, pinoli… – legati da una pasta dolce a base di miele, bianco d’uovo, zucchero, con aggiunta di aromi o meno», è ben lungi dall’essere solo un prodotto italiano.
Il vocabolo siciliano sembrerebbe provenire da un termine arabo, cosa che farebbe pensare a un’origine medio orientale del prodotto. Che sia venuto dal Medio Oriente o no, a Nord del Mediterraneo lo troviamo in Francia come touron o nougat, dal tardo latino nucatum: prima che in Provenza venisse introdotta la coltivazione delle mandorle nel XVII secolo, si utilizzavano noci per fabbricarlo.
In Spagna, dov’è documentato in testi scritti sin dal XV secolo, assume il nome di turrón, un etimo molto simile a quello italiano, la cui origine più accreditata è quella dal verbo latino torrere, tostare. 
Il torrone, in realtà, è parte di una famiglia sterminata di prodotti, confezionati in un territorio che va dai Paesi Slavi al Medio Oriente fino all’India, sotto il nome quasi onnipresente di halva. Si tratta, probabilmente, dei dolci più antichi del mondo, e proprio per questo i più genuini e più vicini alle radici del nostro gusto. 
Radici, che varrebbe la pena di riscoprire e rivalutare!