giovedì 16 maggio 2019

Gita a Villa dei Vescovi (Proprietà del FAI)

Vi segnalo una visita particolare in Veneto, in uno splendido paesaggio campestre, a pochi chilometri da Padova, ovvero a Villa dei Vescovi.
 
Villa dei Vescovi
Villa dei Vescovi è una villa situata in località Luvigliano, frazione di Torreglia, a pochi chilometri da Padova, precisamente nei Colli Euganei.
La costruzione risale al Rinascimento e si ispira ad una domus romana. Si può considerarla il primo esempio del nuovo gusto per la riscoperta della classicità romana nell'entroterra della Serenissima.
 
La Galleria Interna
  Edificata tra il 1535 e il 1542 su un terrapieno dei Colli Euganei come casa di villeggiatura del vescovo di Padova, la Villa fu realizzata dal pittore-architetto veronese Giovanni Maria Falconetto, sotto la direzione di Alvise Cornaro, erudito veneziano. Altri grandi architetti succedettero a Falconetto: Giulio Romano, Andrea da Valle, Vincenzo Scamozzi e diversi avvenimenti determinarono il cambiamento del progetto iniziale. Ciò nonostante Villa dei Vescovi ha conservato gran parte dell'ideale architettonico dei suoi creatori.
 
Al piano nobile la dimora è arricchita da un ciclo di affreschi realizzati a partire dal 1542 dal pittore fiammingo Lambert Sustris, molti dei quali evocano fedelmente il sublime paesaggio circostante.

Alcuni dei tanti affreschi
La donazione al FAI della Villa da parte di Maria Teresa Olcese Valoti e di suo figlio Pier Paolo Olcese in memoria del marito e padre Vittorio Olcese, rappresenta un gesto di grande responsabilità civile. ''Regalandola al FAI, l'hanno donata a tutti gli Italiani”.

Villa dei Vescovi ha aperto al pubblico nell'ottobre del 2011, permettendo così ai visitatori di vivere in prima persona questo splendido “osservatorio” sul paesaggio, questo “pensatoio” sospeso nel tempo nel quale è possibile ritagliarsi il proprio spazio per leggere, rilassarsi e meditare.

I Vigneti
C'è anche un'ottima enoteca, dove vendono i vini dei Colli Euganei, prodotti in loco.
Andate a visitarla, chi può, ne vale la pena!

mercoledì 8 maggio 2019

La chiesa più corta di Milano

A Milano, in pieno centro, si trova una chiesa molto particolare. Si tratta della chiesa più corta della città.  Ormai è una Chiesa Ortodossa gestita da Padre Dimitri, il quale la affittò nel 1996 ma era nota come Chiesa dei Santi Sergio, Serafino e Vincenzo.

La Chiesa più corta di Milano
 Padre Dimitri è il punto di riferimento della piccola comunità dell'Europa dell'Est (principalmente russa), che ogni domenica mattina si riunisce presso la chiesetta per partecipare alla celebrazione religiosa.
Normalmente partecipano alla funzione domenicale circa duecento fedeli, mentre durante la settimana, di solito assistono circa trenta - quaranta fedeli. Gli appartenenti a questa comunità sono di religione Ortodossa e sono emigrati a Milano per lavoro.
 
Le dimensioni della chiesa sono davvero ridotte. Dodici metri di larghezza e sei di lunghezza, per un totale di settantadue metri quadri. L'altezza è di dodici metri. L'altare si trova a destra del portone d'ingresso.
 
Quello che vediamo oggi, è la parte superstite della Chiesa Benedettina "san Vincenzo" o Monasterium Novum, molto più grande e lunga dell’attuale, che però fu abbattuta nel 1964.
La facciata della chiesetta è ciò che resta di quell'antico complesso monastico in stile tardogotico.  Dopo l'abbattimento del Monasterium Novum ne restò una piccola parte che fu dedicata al culto di san Vincenzo.
 
Interno Chiesa Ortodossa (fonte Web)
All'interno è possibile ammirare degli affreschi cinquecenteschi del pittore Aurelio Luini, rappresentante dell'ultimo manierismo lombardo. Gli affreschi raffigurano le vicende di san Vincenzo di Saragozza e della Santa martire Orsola di Colonia. È presente, nella volta, anche un affresco di Bergognone, un pittore del Rinascimento, che rappresenta il Cristo Pantocrator.
Altri affreschi si trovano sotto la chiesa, in un salone dedicato alle attività della parrocchia.
 
Questa Chiesa molto particolare si trova in via Giulini (angolo via Porlezza), in pieno centro di Milano e secondo me è da visitare.

martedì 30 aprile 2019

Il mistero del Toro in Galleria

Tutte le volte che passo dalla Galleria Vittorio Emanuele di Milano, dove c'è il famosissimo Toro nel pavimento, mi chiedo sempre perché tanti turisti si fermano e vanno a ''schiacciare le palle di costui''.
 
 
Forse è un rito di portafortuna o di scaramanzia? (schiacciare il malocchio).
Mi ricorda Roma con la Fontana di Trevi. La superstizione vuole che per ritornare a Roma il turista debba lanciare una monetina nella celebre fontana, di spalle e ad occhi chiusi.
 
Anche in questo caso, la soluzione c’è, seppure meno elegante. Si racconta: Chi vuole rivedere Milano non deve fare altro che recarsi nel suo “salotto buono”, ovvero la Galleria Vittorio Emanuele II, il cui pavimento è interamente rivestito di mosaici. Uno di questi raffigura un Toro rampante e il turista dovrà schiacciare i testicoli dell’animale, ruotandoci sopra in equilibrio sul tallone del piede, per garantirsi una seconda visita.
 
 
Simbolo della Galleria Vittorio Emanuele, il mosaico che raffigura un toro, che rappresenta la città di Torino, venne progettato come tutto il complesso monumentale dal famoso architetto  Giuseppe Mengoni che nel 1861 vinse il concorso internazionale per il restyling completo di Piazza Duomo e delle vie adiacenti a Milano.
 


toro galleria
Il mosaico del Toro in Galleria  bucato
Mengoni immaginò e realizzò quello che è diventato il Salotto borghese dei Milanesi, costruendo una Galleria monumentale di raccordo tra piazza Duomo e piazza della Scala, la Galleria Vittorio Emanuele II, che sin dal momento della posa della prima pietra il 7 marzo 1865, suscitò animati dibattiti e polemiche nella cittadinanza. La costruzione della Galleria si concluse il 30 dicembre 1877 ma il povero architetto Mengoni non riuscì ad assistere alla solenne cerimonia d'inaugurazione fissata per il 31 dicembre.
 
Si racconta che la sera prima, forse orgoglioso per il suo progetto concluso o forse in depressione proprio perché al culmine del successo, appena finito di cenare disse di dover andare a controllare qualcosa e dopo essersi infilato la vestaglia, uscì dall'appartamento dove abitava con la famiglia proprio dentro la Galleria, si arrampicò sull'impalcatura più alta precipitando dalla stessa. 
 
Quello che ne seguì è ancora oggi un giallo che trova l'epilogo in un volo di 32 metri che gli fa trovare la morte vicino al Toro.
Si parlò addirittura di suicidio, forse anche perché giorno prima della sua morte Mengoni avrebbe detto: «La mia missione è compiuta: l’arco è finito» ma la causa più probabile è un fatale incidente.
Una targa apposta all'ingresso della Galleria ricorda il suo creatore, ivi morto prima di poter festeggiare un gioiello invidiato da tutti.

Mosaico del Toro riparato

Nel corso dell'Ottocento/Novecento, il 31 dicembre anche i Milanesi erano soliti compiere il rito attuale dei turisti, come auspicio di fortuna per l’Anno Nuovo.

mercoledì 17 aprile 2019

Buona Pasqua e buone vacanze

 
Oggi parto per le Vacanze Pasquali. 
 
Essendo ormai iniziata la Settimana Santa, 
 
invio a tutti gli amici Bloggers un augurio di
 

BUONA PASQUA 
 
 

martedì 9 aprile 2019

La stanza di Filippo De Pisis

Inaugurata il 3 aprile e si chiude il 15 settembre, la mostra di Villa Necchi Campiglio a Milano è dedicata a Filippo De Pisis.
Una stanza colma di arredi e oggetti preziosi, con quadri alle pareti, quasi tutti di un unico pittore, 25 opere: la stanza di Filippo de Pisis a Roma. La collezione è l’effetto di un sodalizio virtuoso tra i pittori che dipingono e Vittorio Fossati Bellani che ne è l’animatore.

La Tinca 
Questa stanza è tornata a rivivere per questa mostra del FAI, come un’incredibile Wunderkammer, un’insolita ricostruzione che getterà nuova luce sulla figura di Vittorio Fossati Bellani, intellettuale, bibliofilo, scrittore d’arte e mecenate, presentato proprio  attraverso la sua collezione.
La mostra espone opere fondamentali dell’attività artistica di Filippo de Pisis e rievoca il fermento intellettuale di Roma e Milano negli anni trenta.

La stanza di De Pisis a Roma (ricostruzione)
Proveniente da un’agiata famiglia di industriali del tessile, Luigi Vittorio Fossati Bellani, dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria in Germania, torna in Italia e prende parte alla Prima Guerra Mondiale. Al termine del conflitto si trasferisce a Venezia e poi a Firenze, dove stringe amicizia con Marino Moretti, letterato, poeta e scrittore che probabilmente lo introduce a Filippo de Pisis: fin da subito i dipinti dell’artista ferrarese lo appassionano e ne diviene collezionista. Approdato a Roma, si stabilisce in un grande appartamento all’interno di Palazzo Tittoni in via Rasella: la via dell’attentato partigiano contro le forze d’occupazione tedesche che porterà all’eccidio delle Fosse Ardeatine (1944). Questo evento drammatico segna per sempre il destino di Luigi Vittorio Fossati Bellani: coinvolto nei rastrellamenti tedeschi, viene rilasciato, ma dopo alcuni giorni, il 3 aprile 1944, muore.


Il Bacchino
Filippo de Pisis, pseudonimo di Filippo Tibertelli, nasce a Ferrara dove inizia adolescente a scrivere poesie, dedicandosi allo stesso tempo allo studio della pittura sotto la guida del maestro Orlando Domenichini. Nel 1915 incontra de Chirico e il fratello Alberto Savinio a Ferrara per il servizio militare e nel 1917 Carlo Carrà. Conosce e si entusiasma del loro modo di concepire la pittura e, inizialmente, ne condivide lo stile metafisico per poi aprirsi, agli inizi degli anni venti, a nuovi  orizzonti pittorici in seguito a brevi soggiorni a Roma e a Parigi. Inizia a rielaborare un suo stile fatto di suggestioni e soggetti del tutto originali, dove il ''tratto pittorico diventa spezzato quasi sincopato,'' definito da Eugenio Montale "pittura a zampa di mosca". Il 2 aprile 1956 muore a Brugherio.
Fiori con pappagallo
L’esposizione si inserisce nel programma di approfondimento storico e artistico che il FAI ha intrapreso dal 2012: mostre di rigoroso approccio scientifico che hanno l’intento di studiare e valorizzare l’attività di pittori e scultori già presenti a Villa Necchi con una o più opere, partendo da queste per elaborare nuovi percorsi di approfondimento, sempre nel solco dello “spirito del luogo”.
Dopo Alfredo Ravasco, Arturo Martini e Timo Bortolotti l’attenzione è ora posta su Filippo de Pisis, di cui sono esposte permanentemente in villa sei opere: La tinca (1928), La scarpetta rossa (1930), Tre ostriche sull’impiantito (1932), Natura morta con lepre (1942) – donate da Claudia Gian Ferrari – un acquarello, Fiori (1947) appartenuto a Nedda Necchi e Ritratto di giovane (1929) da una donazione privata.
 

martedì 26 marzo 2019

La Tosa Impudica di Milano

Al Castello Sforzesco di Milano è possibile ammirare un bassorilievo molto particolare scolpito nella pietra. Definito osceno da molti, il bassorilievo rappresenta una giovane donna nell'atto di depilarsi la zona inguinale.
La figura femminile è raffigurata di fronte, in posizione eretta e con le gambe divaricate, con la mano destra solleva la parte anteriore della veste, mentre con la mano sinistra compie l'atto di radersi il pube con una lama.

tosaimpudica

La scultura è stata realizzata durante il medioevo, nel XII secolo e fino al 1848 si trovava nella attuale zona di Porta Vittoria, che a quei tempi era uno degli ingressi principali della città di Milano.
In passato, invece, in quei pressi vi era un’altra porta che fino al 1861 fu chiamata porta Tosa e a seguito dell’unificazione d’Italia fu ribattezzata con il nome di porta Vittoria.
Ad ogni modo, la porta primitiva doveva il nome “Tosa” proprio al bassorilievo, poiché rappresenta una ragazza che in dialetto si dice ''tosa''.
La scultura reca anche un’effigie che purtroppo non è più ben leggibile, ma lascia intravedere le scritte EST PORTA T e CTONSE.
Oggi porta Tosa, la porta orientale delle mura spagnole di Milano, è scomparsa ed è possibile ammirare al suo posto, in piazza Cinque Giornate, l’obelisco celebrativo di Giuseppe Grandi inaugurato nel 1865.

L'obelisco  di Piazza 5 giornate (fonte Web)
La raffigurazione “oscena” cui è stato affibbiato il nome di Tosa Impudica (o Donna impudica), è di difficile interpretazione.
Perché si è scelto di mostrare un'abitudine femminile così intima e personale?
Chi è la donna che lo compie?
Le fonti e gli esperti che hanno studiato il reperto si dividono, poiché non è chiaro il significato di questa scultura.
La depilazione del pube era una pena che era inflitta, nel passato, alle donne tacciate di adulterio e di prostituzione.
 
C'è chi sostiene che la ragazza sia in realtà la moglie di Federico Barbarossa, Beatrice di Borgogna.
La scelta di raffigurarla in questa posa oscena è dettata dall'intento di offenderne il marito, il quale era responsabile di aver fatto radere al suolo Milano.
Altre fonti ritengono che si tratti di Leobissa (imperatrice di Costantinopoli o consorte di Leone, Imperatore romano d'Oriente).
Anche in questo caso, come nel precedente, l'intento era offensivo nei confronti però della donna stessa. Leobissa avrebbe negato ai cittadini milanesi che si erano recati da lei a Costantinopoli, l'aiuto per ricostruire la città distrutta dal Barbarossa, con il quale era imparentata (come moglie o parente?).
 
C’è chi dice che sia un'immagine celtica con funzioni scaramantiche, poiché i Celti erano soliti raffigurare donne che esibivano le parti intime.
Invece c’è chi dice che la statua raffiguri una giovane milanese che all’arrivo delle truppe nemiche del Barbarossa (nel 1162), si sia alzata le vesti scoprendo le zone intime con lo scopo di distrarre i soldati che stavano per invadere la città.

Il Castello Sforzesco
Ad ogni modo la scultura è stata asportata dal luogo di origine per ordine del cardinale Carlo Borromeo, il “castissimo”, come sarà chiamato nel processo di beatificazione ed è collocata stabilmente in una delle sale del Museo del Castello Sforzesco.

lunedì 18 marzo 2019

Le Giornate Fai di Primavera 2019

Sabato 23 e domenica 24 marzo 2019 si svolgerà la ventisettesima edizione delle Giornate FAI di Primavera, la più grande festa di piazza italiana dedicata alla cultura e all'ambiente.
Il FAI invita tutti a partecipare alle Giornate di Primavera per guardare l’Italia come non abbiamo mai fatto prima.

Logo FAI 2019
La manifestazione si è trasformata in una grandiosa festa mobile per un pubblico vastissimo, che attende ogni anno di partecipare a questa straordinaria cerimonia collettiva, appuntamento irripetibile del nostro panorama culturale che a partire dal 1993 ha appassionato quasi 11 milioni di visitatori.
Anno dopo anno le Giornate FAI di Primavera superano se stesse: questa edizione vedrà protagonisti 1.100 luoghi aperti in 430 località in tutte le regioni, grazie alla spinta organizzativa dei 325 gruppi di delegati sparsi in tutte le regioni – Delegazioni regionali, provinciali e Gruppi Giovani - e grazie ai Volontari e ai 40.000 Apprendisti Ciceroni.


Alcuni Volontari a Varese -Villa Panza
Centinaia di siti e migliaia di persone che l’anima del FAI accende, prendendo per mano tutti e accompagnando gli Italiani a specchiarsi nella stupefacente varietà del Paese più bello, aprendo luoghi spesso inaccessibili ed eccezionalmente visitabili in questo weekend, durante il quale è possibile sostenere la Fondazione con un contributo facoltativo o con l’iscrizione.

Per il 2019, la novità della più grande festa di piazza dedicata ai beni culturali del nostro Paese sarà FAI ponte tra culture, il progetto del FAI che si propone di amplificare e raccontare le diverse influenze culturali straniere disseminate nei beni aperti in tutta Italia. Molti di questi luoghi testimoniano la ricchezza derivata dall'incontro e dalla fusione tra la nostra tradizione e quella dei paesi europei, asiatici, americani e africani.
Ecco perché in alcuni di questi siti e in alcuni Beni FAI le visite saranno curate da oltre un centinaio di Volontari di origine straniera che racconteranno gli aspetti storici, artistici e architettonici tipici della loro cultura di provenienza che, a contatto con la nostra, ha contribuito a dar vita al nostro patrimonio.
Napoli - Palazzo donn'Anna
Ne sono un esempio la Biblioteca Carlo Viganò dell’Università Cattolica a Brescia, un “viaggio” tra le lingue latina, greca, araba e volgare attraverso manoscritti, cinquecentine e opere a stampa che documentano lo sviluppo dell’algebra, dell’astronomia, della fisica e di altre scienze; oppure Piazza Sett’Angeli a Palermo, un libro aperto dove leggere la storia millenaria della città; o ancora il Gabinetto Cinese di Palazzo Reale a Torino, rivestito con pannelli di lacche provenienti dalla Cina; per arrivare fino a Venezia, con la Scuola Dalmata dei Santi Giorgio e Trifone, che ancora oggi mantiene vivo il legame spirituale e culturale tra i Dalmati e Venezia.       Ecc. ecc. ecc...

Milano - Villa Necchi Campiglio
L'Elenco completo dei luoghi aperti sono su:
www.giornatefai.it  o contattando il numero 02/467615399


Gli iscritti alla Fondazione, e chi si iscriverà al FAI in occasione della manifestazione, potranno godere di ingressi dedicati e accessi prioritari.

mercoledì 13 marzo 2019

Verga e Capuana: Scrittori e Fotografi veristi

Domenica scorsa ho visitato una mostra fotografica particolare alla Biblioteca Civica di Castellanza (VA), dal titolo: ''Scritture di Luce - Letteratura e Fotografia nella Sicilia di Ieri e di Oggi''.
Sono fotografie più che descrizioni, e con il Verismo di Giovanni Verga e Luigi Capuana capita spesso che la scrittura abbia fotografato la realtà. Nuda, cruda, luminosa o cupa che fosse.
Prendi don Pietro il Gobbo de ''Le paesane'': avido, sbilenco e ripugnante.
A Capuana basta un clic per descriverlo: ''La gobba l'aveva nel cuore''.

Libro della Mostra

Ignoravo che Capuana e Verga fossero anche bravi fotografi!

La mostra racconta perché i due Veristi fossero così abili con la penna a immortalare attimi, sguardi, atteggiamenti.
Semplicemente perché amarono davvero la fotografia e la loro Sicilia fu fonte inesauribile di ispirazione per i personaggi e le inquadrature.
In un percorso a ingresso libero, la mostra fotografica di Capuana e Verga, ai quali sono accostati gli scatti di Claudio Argentiero, da oltre 20 anni impegnato nella documentazione del territorio e dei suoi mutamenti. Due scrittori e un fotografo: per i primi la fotografia restò un hobby.

Contadini

''Certamente quello spirito di osservazione acuto e penetrante servì loro dietro alla macchina fotografica, come davanti ai taccuini'', spiegano i curatori.
L'esposizione realizzata da Roberto Mutti con la collaborazione dell'Archivio fotografico italiano, Casa museo Luigi Capuana di Mineo, fondazione 3M, Famiglia Meneghina-Società del Giardino, fondazione Verga e della Statale di Milano, è un viaggio nella letteratura siciliana di fine Ottocento. A dialogare con gli scatti di Argentiero sono alcune celebri foto degli stessi Capuana e Verga.

Mineo, paese di Capuana 
In questa mostra si possono osservare lettere autografe e manoscritti, edizioni rare delle opere dei due romanzieri.
Verga e Capuana si scrivevano e parlavano anche di fotografia: così si scopre che fu proprio Capuana ad avviare Verga alla passione per i clic. Questi ci sapeva fare: dal ritratto al paesaggio, amava sperimentare e vedeva la fotografia come strumento scientifico.
''No, non sono sfuggito al contagio fotografico e vi confesso che questo della camera nera è una mia segreta mania'', si legge in una lettera di Verga per il quale l'obiettivo era puntare sulla dimensione del quotidiano. ''Bisogna che tu faccia o mi procuri gli schizzi e le fotografie di paesaggio e di costumi per il mio volume di Novelle Siciliane'', chiede Verga al «collega» Capuana.


Vizzini, paese di Verga
Accanto ai documenti di allora, ecco la Sicilia di oggi, vista da Argentiero che rilegge i medesimi luoghi ripresi dai Malavoglia o dai Roccaverdina, grazie ai commenti della scrittrice Silvana Grasso che ha curato un volume su questo dialogo per immagini attraverso il tempo.

Questa mostra documentaria, molto interessante, domenica prossima chiuderà i battenti.

giovedì 7 marzo 2019

Il Carnevale Ambrosiano

Il Carnevale è una festa che si celebra nei Paesi di tradizione Cristiana e in particolare in quelli di rito Romano. I festeggiamenti si svolgono spesso in pubbliche parate in cui dominano elementi giocosi e fantasiosi.
In particolare, l'elemento distintivo e caratterizzante del Carnevale è l'uso del Mascheramento.


Maschere

La parola 'Carnevale' deriverebbe dal latino carnem levare ("eliminare la carne") oppure da carnualia  ("giochi campagnoli"), poiché indicava il banchetto, dopo i giochi mascherati, che si teneva l'ultimo giorno di Carnevale (Martedì grasso), subito prima del periodo di astinenza e digiuno (Mercoledì delle Ceneri) con l'inizio  della Quaresima.

Il Rito Ambrosiano, osservato nella maggior parte delle chiese dell'Arcidiocesi di Milano e in alcune delle Diocesi vicine, inizia il periodo Quaresimale con la prima domenica di Quaresima. Praticamente l'ultimo giorno di Carnevale è il sabato, quattro giorni dopo rispetto al Martedì grasso in cui termina il Carnevale, dove si osserva il rito Romano.

Si narra che all'origine di questa usanza ci sia stata una richiesta specifica di Sant'Ambrogio, che in pellegrinaggio a Roma, quindi lontano da Milano, abbia chiesto alla popolazione di attendere il proprio rientro per poter dare inizio alle celebrazioni della Quaresima in città.
La popolazione meneghina lo aspettò prolungando il Carnevale sino al suo arrivo, posticipando il rito delle Ceneri, che nell'Arcidiocesi Milanese si svolge la prima domenica di Quaresima.

Carnevale Ambrosiano (fonte Web)
Verosimilmente potrebbe essere dettata dal prolungarsi di guerre o carestie o pestilenze o dalla transizione dal Calendario Giuliano al Calendario Gregoriano avvenuta solo nel 1582.
La verità risiede nel computo dei giorni, dovuti alla differenziazione fra i termini penitenza e digiuno in senso stretto. Questo era il computo originale della primitiva Quaresima in tutti i riti. 

sabato 23 febbraio 2019

Riflessioni sulla fiducia

Ultimamente si sente parlare di Fiducia. La fiducia rappresenta le nostre aspettative favorevoli. Aver fiducia significa credere in una Persona, in una Istituzione, in una Banca o Impresa.
La fiducia è una cosa seria, che si dà alle cose serie come diceva, molti anni fa, una pubblicità alimentare in TV.

Immagine presa dal Web

Soprattutto in questi ultimi giorni, di fiducia si parla tanto, perché migliaia di Risparmiatori in diverse parti d'Italia, hanno scoperto di averla mal riposta in chi ha loro consigliato (vedi Banche) dei grossi investimenti in pietre preziose oppure in cattive obbligazioni, che le stesse Banche si erano impegnate a onorarle. Pertanto la fiducia ora è stata tradita.

Forse è il momento giusto per fare qualche riflessione!
Per esempio la fiducia dei Cittadini verso le istituzioni è fondamentale per uno Stato. Quando viene meno, questi non hanno più voglia di lavorare per uno Stato che sentono lontano, assente, indifferente, addirittura nemico. Viene così meno anche ciò che li unisce.


Immagine presa dal Web
Può succedere anche in un'Azienda, se non si ha fiducia nel Capo, ci si demotiva e non si tiene più al suo sviluppo.

Ma la fiducia più importante è quella in Se Stessi!!! Sapere di poter contare su di sé, sulle proprie capacità, sul proprio giudizio, fa affrontare la vita con forza e superare gli ostacoli con determinazione affrontando sconfitte ed imprevisti.

Immagine presa dal Web

Per concludere Vi confesso che ultimamente ho fatto una riflessione in merito, ed ho deciso di dare fiducia, oltre ai miei più stretti familiari, solo ai Vigili del Fuoco, alla Croce Rossa, alla Protezione Civile e a qualche altro Ente no-profit.

lunedì 11 febbraio 2019

Le più importanti Mostre attualmente in corso

* Paul Klee, l'interprete del non visibile                                  

Milano, MUDEK dal 31 ottobre 2018 al 3 marzo 2019.


* Il Tintoretto maturo tra innovazioni tecniche e ritratti eccelsi.

 
   Venezia, Palazzo Ducale, dal 7 settembre 2018 al 16 febbraio   2019.  



* Come nacque e si sviluppò il Romanticismo in Italia.

 

 
 
 
 
 

mercoledì 23 gennaio 2019

''Stupor Mundi'' ovvero Federico II di Svevia

Ah… Vi ricordate di Federico II di Svevia… Ma sì, quello che è stato Imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia, denominato ''Stupor Mundi (Meraviglia del Mondo)''
 


Federico II di Svevia (dal Web)
Federico II era per discendenza paterna uno Hohenstaufen di Svevia (Enrico VI), ma per discendenza materna Normanna (Costanza d'Altavilla) e nipote del grande Ruggero II.
Nato per caso a Jesi nel 1194 sotto una tenda, la sua infanzia trascorse nella cornice esotica del Palazzo Reale di Palermo e qui, all’età di 4 anni, diventò Re.

 
Il parto di Costanza d'Altavilla di Federico II a Jesi sotto una tenda
Durante il periodo della sua minore età singoli privati usurparono le funzioni della legge e della pubblica amministrazione, e questo in misura ancor maggiore quando la regina Costanza morì, nel 1198,  dopo aver nominato il papa Innocenzo III tutore di suo figlio; e sebbene Innocenzo fosse un grande papa, ben poco poteva fare per difendere gli interessi del suo pupillo.

Federico parlava otto lingue e in tutte sapeva anche scrivere. Amava le persone colte, e intorno a lui si raccolsero intellettuali, scienziati, architetti e dei poeti della cosiddetta “Scuola Siciliana”.
Era lui stesso coltissimo e, ci resta un trattato sistematico sulla falconeria (la caccia con gli uccelli) che è anche un tratto ornitologico. Per questo era descritto come ''Stupor Mundi''.

Federico II a caccia con il  Falcone (dal Web)
La propaganda guelfa e antimperialista utilizzò il suo amore per la cultura araba per accusarlo di somigliare più ad un Sultano che ad un Imperatore cristiano (si diceva anche che tenesse un harem). In verità sposò tre Principesse ma amò una sola donna, l'ultima: Bianca Lancia.

I ghibellini lo presentarono invece come colui che avrebbe riportato la giustizia nel mondo.
Nei progetti dell’imperatore vi era un Impero Universale Romano basato sui singoli regni, ognuno dei quali rigorosamente organizzato. Per essere così l’Impero doveva unificare sotto una sola corona i regni di Germania e di Sicilia.
La difficoltà stava nel fatto che i domini che componevano l’impero erano molto diversi.
La Germania aveva una sua organizzazione politica e amministrativa feudale-vassallatica.
La Sicilia era una monarchia centralizzata.
L’Italia centro-settentrionale era caratterizzata da forti comuni molto autonomi.
A Roma, i territori della chiesa si erano consolidati sotto il pontificato d’Innocenzo III

Federico per prima cosa unì il regno di Sicilia a quello di Germania. Così l’impero fu esteso dalla Germania alla Sicilia, interrotto proprio a metà dell’Italia dal patrimonio di San Pietro, che ne rimaneva accerchiato.
Le sue capacità suscitarono la diffidenza di Papa Gregorio IX che invitò Federico a partecipare a una Crociata. Giunto a Gerusalemme incontrò il Sultano Al-Kamil. e conoscendo bene la lingua araba, fece degli accordi con lui. Forte di un prestigioso successo, rientrò in Italia.

L'incontro tra Federico II e il Sultano (Web)

Per affermare la sua autorità, nel 1231 Federico emanò le Costituzioni Melfitane nelle quali era proclamata l’autorità del sovrano su tutti gli altri governanti. Tutti si unirono e ricostruirono la Lega Lombarda. (come ai tempi di suo Nonno Federico Barbarossa).
Federico centralizzò anche le scritture pubbliche, organizzò un archivio del regno e introdusse l’uso di registrarne gli atti in una cancelleria. L’imperatore combatte tenacemente i signori feudali e costruì, in punti strategici, alcuni Castelli Reali per vigilare contro eventuali sediziosi.

Nel 1240 fece edificare Castel del Monte in Puglia come Casa di caccia, a forma ottagonale, famoso ed affascinante, sintesi dell’architettura gotica, romanica e orientale.

Castel del Monte
Nel 1250 Federico morì a Fiorentino di Puglia forse per avvelenamento o per un'infezione.
Gli storici scrissero di lui che era molto attento all'igiene e alla cura del corpo, atteggiamento raro nel Medioevo. Inoltre consumava un solo pasto al giorno e faceva il bagno anche la domenica.

A Federico successe sul trono Siciliano Manfredi, suo figlio illegittimo che divenne il punto di riferimento di ghibellini italiani.
Nel 1266, però, fu sconfitto e ucciso nella Battaglia di Benevento. La stessa sorte di Manfredi toccò anche a Corradino, nipote di Federico II a Tagliacozzo.
Così con lui si estinse la casata di Svevia e iniziò il declino del potere imperiale.

martedì 15 gennaio 2019

L'acqua del Sindaco

Quando si ha sete per strada, in genere, si va al bar e si chiede un bicchiere d'acqua!
Il barista ti dice quasi sempre: ''Vuole l'acqua del Sindaco o la bottiglietta già confezionata?''.
Di solito si acquista quella in bottiglia, ma bisogna sapere anche che l'acqua Municipale dei vari rubinetti delle Città Italiane, detta in gergo ''l'acqua del Sindaco'' è molto buona e controllata!

La prima Centrale dell'Acqua di Milano
A Milano esiste all'angolo di via Cenisio  e Piazza Diocleziano la prima e la più antica Centrale dell'Acqua della città, tra quelle ancora esistenti. L'impianto, progettato da Franco Minorini, ingegnere dell'Ufficio tecnico municipale, entra in funzione nel 1906, e grazie ai 10 pozzi con elettropompe sommerse, aveva una portata di base di 300 litri al secondo.

L'interno della Centrale dell'Acqua di Milano
Vi ricordo che già verso la fine dell'Ottocento, Milano si trova a dover affrontare la distribuzione di acqua potabile, di fronte allo sviluppo industriale, ma anche alla crescita della popolazione e alle necessità igieniche. A Milano già allora esistevano circa 6000 pozzi ''privati'' per l'abbondanza di acqua potabile e si poteva attingere l'acqua dalla falda freatica, profonda 6-7 metri.
Pertanto tra il 1888 e il 1898 vengono costruiti in forma sperimentale i primi 2 impianti meccanici di sollevamento d'acqua da due pozzi ''pubblici'', profondi oltre 80 metri.

Per concludere, ora il primo impianto e l'edificio di Via Cenisio, 39 è stato sottoposto a restauri ed è stato riaperto alle visite a luglio 2018. Le varie apparecchiature ci immergono in un'esperienza molto affascinante.
Nasce così uno spazio didattico per mostre, visite guidate e laboratori che vuole generare un uso responsabile di una risorsa così preziosa per tutti, ovvero ''l'acqua del Sindaco''.

L'ingresso al Museo dell'Acqua è gratuito!