martedì 30 aprile 2019

Il mistero del Toro in Galleria

Tutte le volte che passo dalla Galleria Vittorio Emanuele di Milano, dove c'è il famosissimo Toro nel pavimento, mi chiedo sempre perché tanti turisti si fermano e vanno a ''schiacciare le palle di costui''.
 
 
Forse è un rito di portafortuna o di scaramanzia? (schiacciare il malocchio).
Mi ricorda Roma con la Fontana di Trevi. La superstizione vuole che per ritornare a Roma il turista debba lanciare una monetina nella celebre fontana, di spalle e ad occhi chiusi.
 
Anche in questo caso, la soluzione c’è, seppure meno elegante. Si racconta: Chi vuole rivedere Milano non deve fare altro che recarsi nel suo “salotto buono”, ovvero la Galleria Vittorio Emanuele II, il cui pavimento è interamente rivestito di mosaici. Uno di questi raffigura un Toro rampante e il turista dovrà schiacciare i testicoli dell’animale, ruotandoci sopra in equilibrio sul tallone del piede, per garantirsi una seconda visita.
 
 
Simbolo della Galleria Vittorio Emanuele, il mosaico che raffigura un toro, che rappresenta la città di Torino, venne progettato come tutto il complesso monumentale dal famoso architetto  Giuseppe Mengoni che nel 1861 vinse il concorso internazionale per il restyling completo di Piazza Duomo e delle vie adiacenti a Milano.
 


toro galleria
Il mosaico del Toro in Galleria  bucato
Mengoni immaginò e realizzò quello che è diventato il Salotto borghese dei Milanesi, costruendo una Galleria monumentale di raccordo tra piazza Duomo e piazza della Scala, la Galleria Vittorio Emanuele II, che sin dal momento della posa della prima pietra il 7 marzo 1865, suscitò animati dibattiti e polemiche nella cittadinanza. La costruzione della Galleria si concluse il 30 dicembre 1877 ma il povero architetto Mengoni non riuscì ad assistere alla solenne cerimonia d'inaugurazione fissata per il 31 dicembre.
 
Si racconta che la sera prima, forse orgoglioso per il suo progetto concluso o forse in depressione proprio perché al culmine del successo, appena finito di cenare disse di dover andare a controllare qualcosa e dopo essersi infilato la vestaglia, uscì dall'appartamento dove abitava con la famiglia proprio dentro la Galleria, si arrampicò sull'impalcatura più alta precipitando dalla stessa. 
 
Quello che ne seguì è ancora oggi un giallo che trova l'epilogo in un volo di 32 metri che gli fa trovare la morte vicino al Toro.
Si parlò addirittura di suicidio, forse anche perché giorno prima della sua morte Mengoni avrebbe detto: «La mia missione è compiuta: l’arco è finito» ma la causa più probabile è un fatale incidente.
Una targa apposta all'ingresso della Galleria ricorda il suo creatore, ivi morto prima di poter festeggiare un gioiello invidiato da tutti.

Mosaico del Toro riparato

Nel corso dell'Ottocento/Novecento, il 31 dicembre anche i Milanesi erano soliti compiere il rito attuale dei turisti, come auspicio di fortuna per l’Anno Nuovo.

mercoledì 17 aprile 2019

Buona Pasqua e buone vacanze

 
Oggi parto per le Vacanze Pasquali. 
 
Essendo ormai iniziata la Settimana Santa, 
 
invio a tutti gli amici Bloggers un augurio di
 

BUONA PASQUA 
 
 

martedì 9 aprile 2019

La stanza di Filippo De Pisis

Inaugurata il 3 aprile e si chiude il 15 settembre, la mostra di Villa Necchi Campiglio a Milano è dedicata a Filippo De Pisis.
Una stanza colma di arredi e oggetti preziosi, con quadri alle pareti, quasi tutti di un unico pittore, 25 opere: la stanza di Filippo de Pisis a Roma. La collezione è l’effetto di un sodalizio virtuoso tra i pittori che dipingono e Vittorio Fossati Bellani che ne è l’animatore.

La Tinca 
Questa stanza è tornata a rivivere per questa mostra del FAI, come un’incredibile Wunderkammer, un’insolita ricostruzione che getterà nuova luce sulla figura di Vittorio Fossati Bellani, intellettuale, bibliofilo, scrittore d’arte e mecenate, presentato proprio  attraverso la sua collezione.
La mostra espone opere fondamentali dell’attività artistica di Filippo de Pisis e rievoca il fermento intellettuale di Roma e Milano negli anni trenta.

La stanza di De Pisis a Roma (ricostruzione)
Proveniente da un’agiata famiglia di industriali del tessile, Luigi Vittorio Fossati Bellani, dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria in Germania, torna in Italia e prende parte alla Prima Guerra Mondiale. Al termine del conflitto si trasferisce a Venezia e poi a Firenze, dove stringe amicizia con Marino Moretti, letterato, poeta e scrittore che probabilmente lo introduce a Filippo de Pisis: fin da subito i dipinti dell’artista ferrarese lo appassionano e ne diviene collezionista. Approdato a Roma, si stabilisce in un grande appartamento all’interno di Palazzo Tittoni in via Rasella: la via dell’attentato partigiano contro le forze d’occupazione tedesche che porterà all’eccidio delle Fosse Ardeatine (1944). Questo evento drammatico segna per sempre il destino di Luigi Vittorio Fossati Bellani: coinvolto nei rastrellamenti tedeschi, viene rilasciato, ma dopo alcuni giorni, il 3 aprile 1944, muore.


Il Bacchino
Filippo de Pisis, pseudonimo di Filippo Tibertelli, nasce a Ferrara dove inizia adolescente a scrivere poesie, dedicandosi allo stesso tempo allo studio della pittura sotto la guida del maestro Orlando Domenichini. Nel 1915 incontra de Chirico e il fratello Alberto Savinio a Ferrara per il servizio militare e nel 1917 Carlo Carrà. Conosce e si entusiasma del loro modo di concepire la pittura e, inizialmente, ne condivide lo stile metafisico per poi aprirsi, agli inizi degli anni venti, a nuovi  orizzonti pittorici in seguito a brevi soggiorni a Roma e a Parigi. Inizia a rielaborare un suo stile fatto di suggestioni e soggetti del tutto originali, dove il ''tratto pittorico diventa spezzato quasi sincopato,'' definito da Eugenio Montale "pittura a zampa di mosca". Il 2 aprile 1956 muore a Brugherio.
Fiori con pappagallo
L’esposizione si inserisce nel programma di approfondimento storico e artistico che il FAI ha intrapreso dal 2012: mostre di rigoroso approccio scientifico che hanno l’intento di studiare e valorizzare l’attività di pittori e scultori già presenti a Villa Necchi con una o più opere, partendo da queste per elaborare nuovi percorsi di approfondimento, sempre nel solco dello “spirito del luogo”.
Dopo Alfredo Ravasco, Arturo Martini e Timo Bortolotti l’attenzione è ora posta su Filippo de Pisis, di cui sono esposte permanentemente in villa sei opere: La tinca (1928), La scarpetta rossa (1930), Tre ostriche sull’impiantito (1932), Natura morta con lepre (1942) – donate da Claudia Gian Ferrari – un acquarello, Fiori (1947) appartenuto a Nedda Necchi e Ritratto di giovane (1929) da una donazione privata.